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São Paulo, 15 Dezembro 2018 - 16:34 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 15 Dicembre 2018 - 19:34
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UNDICIMILA UCCISI DALLA POLIZIA NEL BRASILE DEL CASO BATTISTI
 
 
 
 

Da che pulpito! Nei soli Stati di Rio de Janeiro e San Paolo hanno contato in pochi anni 11.010 persone abbattute perché «facevano resistenza» all` arresto e i brasiliani rifiutano di consegnarci Cesare Battisti per «il fondato timore di persecuzione per le sue idee politiche» come se l` Italia non rispettasse i diritti elementari?

È meglio che Adriano Sabbadin (figlio del macellaio Lino assassinato nel 1979 a Mestre) e Alessandro e Giuseppe Santoro (figli di Pierluigi, l` agente di custodia ammazzato a Udine nel 1978), protagonisti del convegno di Torino «La voce delle vittime del terrorismo», non leggano il libro Crescita economica e violazione dei diritti umani in Brasile . La loro amarezza rischierebbe di sfociare in collera. Alessandro Monti, docente di politica economica a Camerino, ha raccolto infatti nel suo saggio numeri e testimonianze tratti da rapporti ufficiali che dimostrano come lo stato giallo-oro non abbia davvero le carte in regola per dare a noi lezioni di legalità e giustizia. Il gigante economico sudamericano che negli ultimi decenni ha fatto segnare una strepitosa accelerazione che l` ha portato a umiliare l` Argentina (surclassata da un Pil quattro volte superiore) e a entrare fra i primi 7 Paesi del mondo, superando proprio l` Italia (dalla quale solo pochi anni fa era distaccato da un abisso), può vantare numeri da primato non solo positivi ma anche negativi. Una contraddizione antica.

Basti ricordare che il primo boom, con impennate del Pil fino al 14% «si registrò nel quinquennio più feroce della dittatura militare (ottobre 1969-marzo 1974) sotto la presidenza di Garrastazu Médici che sospese lo stato di diritto». Così come è contraddittoria l` ascesa economica. Se nell` ultimo decennio gli investimenti stranieri sono decuplicati e la classe media è passata da 66 a 95 milioni di persone, l` abissale distanza tra i ricchi e i miserabili è aumentata così tanto che solo nel Sudafrica e nel Botswana l` ingiustizia sociale è più spaventosa.

La contraddizione maggiore, però, come dicevamo, è sulla gestione della «giustizia». Certo, anche noi abbiamo le carceri vergognosamente sovraffollate. Ma i 496.251 detenuti brasiliani (uno ogni 413 abitanti) vivono spesso in condizioni bestiali: «le ONG Justice Global e Conectas, nel corso di una visita nelle carceri dello Stato di Espiritu Santo, hanno constatato che nelle celle previste per un massimo di 16 persone erano ammassati ben 268 prigionieri».

Il problema più grave, però, sono i metodi spicci fino all` omicidio delle forze dell` ordine: «Amnesty International ha accertato che nel solo 2009 la polizia avrebbe ucciso in "atti di resistenza" 1.048 persone a Rio de Janeiro (resistencia seguida de morte) e 543 persone a San Paolo (autos de resistencia), con un incremento, rispetto al 2008, del 41% degli omicidi commessi dalla polizia militare». Si tratta, prosegue Monti, «dei casi estremi e più eclatanti di una condizione di sistematica violazione istituzionalizzata dei diritti umani, largamente diffusa nelle aree urbane e rurali che colpisce soprattutto le comunità dei nativi (guarani-kaiowà, quilombola...) e le popolazioni "afrodiscendenti", prive di garanzie di ordinaria sopravvivenza». I confronti internazionali, del resto, parlano chiaro: stando ai dati Onu, «se nel 2008 in USA si è verificato un caso di police killing ogni 37.751 persone arrestate, nello Stato di San Paolo il rapporto è quasi 100 volte più alto (un omicidio ogni 348 arrestati), mentre nello Stato di Rio de Janeiro il rischio di essere assassinati in una stazione di polizia è 1.640 volte più elevato (un omicidio ogni 23 arrestati)». Per non dire della repressione sociale.

L` associazione parigina ACAT France (Action des Chrétiens pour l` Abolition de la Torture) nel capitolo dedicato al Brasile del rapporto «Un Monde Tortionnaire 2011», rileva come «la maggior parte delle persone che lottano per il diritto a un alloggio e alla terra, membri di comunità indigene, contadini senza terra e squatters urbani, è vittima di gravi violazioni dei diritti dell` uomo: torture, assassini, esecuzioni senza processo che, mediamente, si traducono in oltre 50 mila omicidi l` anno commessi ufficialmente per ragioni di sicurezza, il numero più elevato al mondo». Tanto che l` indice americano Ptls (Political Terror Scale Levels), che «misura il livello delle violazioni dei diritti umani in termini di omicidi politici, rapimenti, detenzioni illegali, torture e maltrattamenti nei vari Paesi del mondo» ha piazzato il Brasile nel 2010 al livello 4, «essendosi estesi e intensificati soprusi e violazioni dei diritti umani rispetto al 1998, quando il Brasile era collocato a livello 3». Colpa anche delle «milicias», gruppi paramilitari formati in «larga parte da forze di polizia fuori servizio o in pensione, che minacciano, compiono violenze, uccidono, intimidiscono i testimoni, avendo sotto controllo la maggior parte delle favelas di Rio de Janeiro per conto di organizzazione del narcotraffico».

Quanto pericolose siano le «milicias» è testimoniato da Amnesty International: «nella capitale e nell` area metropolitana dello Stato di San Paolo si segnala un imponente e crescente presenza di "death squad" con numerosi «omicidi multipli": le statistiche ufficiali evidenziano come in soli 9 mesi, dal gennaio al settembre 2010, sarebbero state uccise 240 persone in 68 distinti episodi di violenza che hanno visto in azione squadre della morte». È emblematico, denuncia Monti, il caso di Patricia Acioli, una giovane giudice di discendenze italiane che a Rio de Janeiro era impegnata in numerosi processi a carico di agenti corrotti e appartenenti alle «milicias». Una donna coraggiosa. Che aveva condannato tra gli altri 4 agenti accusati di almeno 11 omicidi su commissione. È stata assassinata tre mesi fa a Niteroi, in faccia a Rio de Janeiro, «da un commando di almeno 12 persone che non solo ha usato pistole calibro 40 e 45, armi in dotazione esclusiva di forze armate e polizia civile e militare di Rio de Janeiro; ma ha agito quando al giudice era stata ritirata la scorta armata nonostante le numerose minacce di morte». Tutta la nostra solidarietà.

Al Brasile, ai brasiliani, ai giudici come Patricia Acioli, ai poliziotti perbene... Non è facile governare una società complessa. E certo non siamo noi a poter dare lezioni. Ma le bacchettate sul caso Battisti, come ha detto Napolitano, se le potevano davvero risparmiare...

Fonte:
Corriere della Sera
Stella Gian Antonio