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São Paulo, 10 Dezembro 2018 - 11:21 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 10 Dicembre 2018 - 14:21
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L`ULTIMA SPARATA DI BATTISTI: VOGLIO L`AMNISTIA
 
 
 
 

Rio gli sta stretta. Per forza: un intellettuale ha orizzonti illimitati. Figurarsi se Cesare Battisti può rimanere confinato in Brasile.

Ora, ci fa sapere attraverso Le Monde, vorrebbe tornare a Parigi. «È lì -spiega al quotidiano francese - che sono veramente cresciuto intellettualmente, è lì che mi sono formato». L`Italia è solo una fastidiosa appendice, un ricordo che l`ex terrorista rosso cerca di mettere a posto, come si regola un orologio o un congegno meccanico.

E la soluzione prospettata dall`uomo condannato due volte all`ergastolo per quattro omicidi è semplice e sfacciata: «Vorrei una riconciliazione con il popolo italiano. Serve un`amnistia, altri Paesi ci sono riusciti». La spugna su quel che è successo e tanti saluti.


Battisti continua a trattare l`Italia come una striscia di fumetti. Lui che è in fuga da una vita, lui che non ha scontato la pena, lui che non ha ammesso i fatti a cui è inchiodato, ha il coraggio di proporre un patto smemorato al Paese che ha indecorosamente preso in giro dopo aver seminato morte e dolore.

Un comportamento che non si sa come definire e spiace davvero che il Brasile, al termine di un`estenuante e un po` carnevalesca altalena di provvedimenti giudiziari e politici, abbia alla fine deciso di restituirgli la libertà. Il passato può andare in archivio quando le ferite si sono chiuse o, almeno, chi ha sbagliato ha chinato il capo e si è cosparso di cenere. È il percorso di alcuni ex, ma Battisti ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, per falsificare la sua avventura criminale: pochi mesi in quella scheggia impazzita dell`eversione chiamata Proletari armati per il comunismo.

Un pugno di esaltati, autori di quattro atroci omicidi: il 6 giugno 1978 fu ucciso a Udine il comandante delle guardie penitenziarie Antonio Santoro; il 16 febbraio 1979 furono abbattuti in simultanea, fra Milano e il Veneto, l`orefice Pierluigi Torregiani e il macellaio Lino Sabbadin; infine ad aprile `79 alla Barona, periferia del capoluogo lombardo, fu ammazzato l`agente della Digos Andrea Campagna. Battisti era nel commando che eliminò Santoro e pure in quello che tese l`agguato a Sabbadin; non solo, fu lui a coprire l`assassino di Campagna alla Barona. Le prove raccolte contro di lui, a dispetto delle incredibili campagne di stampa condotte con sciagurata superficialità dalla gauche francese, sono schiaccianti: basta leggere il documentato e pacato «Il caso Battisti» di Giuliano Turone per farsene un`idea.

Ma lui, imperterrito, va avanti per la sua strada lastricata di menzogne: «Mi assumo le mie responsabilità politiche e militari, ma non ho ucciso nessuno, ero solo una ruota del carro». Tutto falso, come la versione che Battisti cerca di accreditare: quella di essere stato venduto alla giustizia dalle accuse «di un solo e unico pentito, Piero Mutti». Non è così, a puntare il dito contro di lui c`erano anche Arrigo Cavallina e Sante Fatone, più una montagna di elementi.


A lui, allo scrittore che sta per pubblicare un nuovo libro, il primo dopo l`uscita dal carcere, questo non interessa. Non c`è tempo per indugiare su quella terribile stagione, bastano due righe per mettere a posto la coscienza: «Pretendere di cambiare la società con le armi è una cavolata. Ma in fondo, all`epoca dei fatti tutti avevano delle pistole. C`erano guerriglieri nel mondo intero. L`Italia viveva in una situazione prerivoluzionaria». «L`Italia - gli risponde secco Alberto Torregiani, figlio di Pierluigi - vuole solo giustizia, vuole che Battisti sconti la sua pena».

 

Fonte:
Il Giornale
Stefano Zurlo