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São Paulo, 14 Dezembro 2018 - 13:00 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 14 Dicembre 2018 - 16:00
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RIFORMA DELLE PENSIONI, TUTTI I CHIARIMENTI DELL’INPS
 
 
 
 

Ha preso finalmente il via la Manovra Monti e, con essa, la tanto attesa (e temuta) riforma sulle pensioni . Una riforma che, sostiene un documento della Commissione Ue, trascinerà i lavoratori italiani a diventare i più vecchi d’Europa. Cerchiamo di comprendere ogni singolo dettaglio della revisione in esame.

La circolare esplicativa dell’INPS

L’INPS ha pubblicato la circolare 35/2012, con la quale riepiloga tutte le nuove regole sulle pensioni, dopo gli interventi del decreto Salva Italia e il successivo decreto Milleproroghe.

Gran parte del contenuto della circolare è riferibile alla pensione di vecchiaia e alla pensione anticipata. Riepiloghiamo qui di seguito i due elementi, riportando poi il link diretto alla circolare INPS per maggiori approfondimenti.

Pensione di vecchiaia: a decorrere dal 12 gennaio 2012, i soggetti in possesso di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 possono conseguire il diritto alla pensione di vecchiaia al perfezionamento dei seguenti requisiti. Stando al primo articolo, i requisiti anagrafici per l’accesso sono i seguenti:

a) per le lavoratrici iscritte all’assicurazione generale obbligatoria dei lavoratori dipendenti ed alle forme sostitutive della medesima

b) per le lavoratrici iscritte alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi e alla gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335

c) per i lavoratori iscritti all’assicurazione generale obbligatoria dei lavoratori dipendenti ed alle forme sostitutive ed esclusive della medesima e per le lavoratrici dipendenti iscritte alle forme esclusive dell’A.G.O. di cui all’art 22-ter, comma 1, del decreto legge 1° luglio 2009, n. 78 e successive modificazioni e integrazioni

d) per i lavoratori iscritti alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi e alla gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335

Il requisito contributivo è invece uguale per tutti, ed è relativo all’anzianità contributiva minima pari a 20 anni.

Pensione di anzianità: a decorrere dal 1° gennaio 2012 i soggetti in possesso di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 possono conseguire il diritto alla pensione anticipata ove in possesso delle seguenti anzianità contributive.

Ai fini del raggiungimento del requisito è valutabile la contribuzione a qualsiasi tiolo, versata o accreditata in favore dell’assicurato, con perfezionamento del requisito di 35 anni di contribuzione utile per il diritto alla pensione di anzianità.

Per i soggetti che hanno un’età inferiore a 62 anni, si applica una riduzione pari a 1 punto percentuale per ogni anno di anticipo nell’accesso al pensionamento rispetto all’età di 62 anni; tale percentuale annua è elevata a 2 punti percentuali per ogni anno ulteriore di anticipo rispetto a due anni.

 

Lavoratori italiani presto i più vecchi d’Europa

Secondo quano affermato dai dati diffusi dalla Commissione Ue, i lavoratori italiani diventeranno benpresto i più anziani d’Europa: merito (o colpa) delle riforme sul sistema occupazionale, che inducono i dipendenti a uscire dal mercato del lavoro sempre più tardi, andando in tal modo a traghettare verso nuovi limiti elevato la media di anzianità lavorativa italiana.

Nel 2020, calcola la Commissione Europea, gli italiani andranno in pensione in media a 66 anni e 11 mesi, contro i 65 anni e 9 mesi della Germania e i 66 della Danimarca. Più sul lungo termine, considerati i meccanismi che indicizzano l’età di pensionamento alla speranza di vita, nel 2060 gli italiani andranno in pensione a 70 anni, contro i 68 del Regno Unito, i 67 della Germania, i 68 dell’Irlanda.

Ma non solo: il documento della Commissione Ue sostiene infatti che i tassi di sostituzione (cioè la differenza tra la pensione e il reddito da lavoro precedente) subiranno un calo del 15% tra il 2008 e il 2048, a causa del passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo.

Ancora, nel 2010 la speranza di vita in Italia - con base 65 anni – è pari a 18,2 anni per gli uomini e 22 per le donne, ma entro il 2060 la speranza dovrebbe aumentare di 7,9 anni rispetto al 2010 per gli uomini e di 6,5 per le donne.

Diventa pertanto “più urgente” – afferma la Commissione – “attuare strategie globali per adeguare i regimi pensionistici all’andamento della contingenza economica e demografica. Serve «una riforma dei regimi pensionistici e delle pratiche di pensionamento». La Commissione sottolinea che «il successo di riforme tese ad aumentare l’età del pensionamento (compresa l’eliminazione dei prepensionamenti) dipende tuttavia da migliori opportunità per gli anziani di restare sul mercato del lavoro”.

 

Novità per lavoratori precoci ed esodati

Il ministro Elsa Fornero ha ufficializzato il blocco dell’ampliamento delle deroghe per la platea di lavoratori esodati (coloro che, in sintesi, erano dipendenti di aziende in crisi, hanno ottenuto la cessazione del rapporto di lavoro a pochi mesi dalla data di pensionamento, e hanno visto tale data slittare in seguito alla riforma della pensioni).

La motivazione alla base della scelta del ministro è riconducibile alla volontà di affrontare il tema con un provvedimento specifico, e non attraverso gli elemendamenti al decreto Milleproroghe. Di conseguenza, in seguito alla conferma di tale posizione in Commissione Affari costituzionali e Bilancio, le parti politiche hanno ritirato i numerosi emendamenti sulla questione.

Contrariamente alle apparenze, pertanto, le intenzioni delle parti parlamentari non sono state rigettate o bocciate, ma sono state semplicemente rinviate a un nuovo provvedimento maggiormente puntuale. Ad ogni modo, dal rinvio si sono salvate alcune norme meramente tecniche, come quella che concede la possibilità della pensione con le vecchie regole, a coloro che hanno cessato il rapporto entro il 31 dicembre 2011.

Altra modifica riguarda invece i lavoratori precoci, coloro che hanno cominciato a lavorare a 16-18 anni di età: costoro potranno andare in pensione a 42 anni e un mese, anche se non hanno compiuto i 62 anni di età anagrafica, senza alcuna penalità. Nel conteggio dell’anzianità contributiva dovranno essere inclusi anche i congedi obbligatori per maternità, malattia e servizio militare, e la cassa integrazione ordinaria. Per le donne, l’anzianità lavorativa dei precoci rimane a 41 anni e 1 mese.

 

 

La fregatura dei contributi doppi

Secondo quanto affermato dalla giornalista Milena Gabanelli, sul Corriere della Sera, migliaia di lavoratori vicini alla pensione dovranno pagare i contributi già versati. Una duplicazione dei contributi, dunque, e una vera fregatura.

“Il risultato” – afferma la Gabanelli sul quotidiano – “è una lista di situazioni simili a quelle descritte in queste lettere: «Sono un ex dipendente della Pubblica amministrazione: ho lavorato 22 anni in una Ausl, che versava i miei contributi all’Inpdap, poi, 15 anni fa, sono passato alle dipendenze di una azienda privata, che li ha versati all’Inps; quando chiesi la ricongiunzione, mi fu consigliato dai funzionari dell’Inps di farlo l’ultimo giorno di lavoro, perché tanto era gratuita (in effetti sul sito ufficiale dell’Inps c’era scritto così fino a metà gennaio 2012, ndr). Ora ho scoperto, per caso, che per fare la ricongiunzione dovrò sborsare 93 mila euro, che ovviamente non ho. Quindi, se questa legge non viene modificata, mi trovo a dover rinunciare a 22 anni di contributi, o rinunciare alla liquidazione, e andare in pensione a 66 anni piuttosto che a 62 e con una pensione di 1.400 euro lordi, invece di 2.500. Questo dopo aver versato 43 anni di contributi! ». Ancora: «Ho lavorato 31 anni presso la ragioneria del Comune e versato i contributi all’Inpdap; poi, 9 anni fa, hanno ridotto il personale e sono passata a una ditta privata, che li ha versati all’Inps. Adesso sto ultimando il 41esimo anno di lavoro e, per fare la ricongiunzione, vogliono più di 200.000 euro. Mi dicono: “Però può pagare a rate…”, ma quali rate, visto che io dovrei andare in pensione con 1.600 euro al mese!”.

La colpa di ciò è della legge 122 introdotta con la Finanziaria estiva 2010: “La legge dice” – continua la giornalista – “che la ricongiunzione dall’Inpdap all’Inps, finora gratuita, perché peggiorativa, diventa onerosa. Il motivo di questa decisione nasce con l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne del pubblico impiego, da 60 a 65 anni. Ora, per i dipendenti pubblici ad erogare la pensione è l’Inpdap. Nel settore privato invece la pensione la paga l’Inps, e per l’Inps le donne hanno diritto alla pensione di vecchiaia a 60 anni. Ricordiamo che siamo nel 2010 e l’allora ministro del Welfare Sacconi deve aver pensato che le signore con qualche anno di contributo Inps volessero fare una ricongiunzione di massa e prendersi la pensione di vecchiaia in anticipo, anche se leggermente più bassa. Per impedire questa eventualità, non è stato fatto un provvedimento ad hoc, ma la famigerata legge 122, che riguarda indiscriminatamente tutti, senza calcolare che in questi anni di privatizzazioni,migliaia di cittadini, senza cambiare scrivania, hanno cambiato datore di lavoro, passando dal «pubblico» al «privato» (dai Comuni, agli elettrici, ai telefonici), e non sono loro a scegliere dove versare i contributi, perché le regole sono decise da altri. Ora a questi lavoratori, se non vogliono perdere anni di contributi già versati, l’Inps chiede di versarli una seconda volta. Per chi fa domanda di ricongiunzione, la cifra può raggiungere i 300.000 euro”.

“Così 215.000 euro diventano 300.000, da pagarsi in 190 «comode » rate mensili di 1.600 euro. Insomma, la signora della seconda lettera se la caverebbe sopravvivendo senza stipendio per «soli» 15 anni! L’urlo di disperazione è arrivato in Parlamento; ad accorgersi del disastro è stata la deputata del Pd Maria Luisa Gnecchi, che ha impiegato un anno a convincere tutti i gruppi parlamentari a porre rimedio, e nel luglio 2011 ha presentato una mozione, votata all’unanimità, per annullare la legge 122. Ma poi il governo l’ha dimenticata e adesso, dopo che la Fornero ha avviato la sua audace riforma delle pensioni, è ancora ferma in commissione Bilancio” – continua la giornalista sul quotidiano – “Il problema è che si sono messi a bilancio gli ipotetici incassi, ed ora per rimediare occorre trovare la copertura, e i soldi non ci sono. Ma è possibile prevedere l’incasso di un importo ipotetico che, in questo caso, è diventato «non dovuto»? In una qualunque azienda si chiamerebbe falso in bilancio. Inoltre, dentro la maggioranza che votò la folle 122, c’era un sommo esperto di previdenza, il deputato Giuliano Cazzola… ma non fu consultato”.

I rischi della previdenza privata

Enpam e Inpgi (rispettivamente, la cassa di previdenza dei medici, e quella dei giornalisti) sono recentemente terminate al centro di un’analisi compiuta da Il Fatto Quotidiano. Il giornale diretto da Antonio Padellaro si è infatti interrogata sulla trasparenza del mondo delle previdenza privata, in un contesto – quale quello della riforma del lavoro – tuttora in evoluzione.

“Si parte da Lussemburgo. Ha sede qui la Ncp sicar, che sarebbe un fondo di fondi, cioè un veicolo che raccoglie capitali per poi dirottarli in altri fondi d’investimento che a loro volta partecipano al capitale di piccole aziende. Ncp è una realtà minuscola nel mare magnum della finanza globale. Dispone di poco più di 100 milioni di euro e ha arruolato una mezza dozzina di clienti in Italia. Tra questi troviamo fondazioni bancarie come quella di Alessandria e anche due casse: l’Enpam e l’Inpgi, l’ente previdenziale dei giornalisti che ha puntato 22 milioni sul fondo lussemburghese.” – esordisce il quotidiano.

“La sorpresa, la prima, è che la società che gestisce Ncp risulta costituita (marzo 2007) da tre finanziarie con base nel paradiso fiscale dell’Isola di Man e da un’altra di Madeira, rifugio off shore in mezzo all’Atlantico. Il 25 per cento di Ncp è invece di proprietà del finanziere Romain Zaleski, finito sull’orlo del crac un paio di anni fa. In sostanza non è dato sapere chi controlla davvero Ncp, cioè l’ente che gestisce, tra l’altro, denaro versato da medici e giornalisti. Il particolare non è di poco conto, se si pensa che sui conti di Ncp sono affluiti nel corso del 2010 oltre 2 milioni di euro a titolo di management fee, cioè le commissioni versate come compenso per la gestione. A sua volta, come risulta dal bilancio, la Ncp lussemburghese ha dirottato quei soldi verso non meglio precisati beneficiari.” – prosegue ancora Il Fatto.

In Italia, è attiva una società a responsabilità limitata. “A Milano infatti c’è una Ncp srl, che sta per Network capital partners. Tra i soci troviamo ancora Zaleski e tre manager. Sono Carlo Baravalle, Marco Lippi e Marco Taricco. Proprio Baravalle sarebbe il gestore del fondo. E’ lui che tiene i rapporti con fondazioni e casse previdenziali. Almeno uno dei suoi soci però gioca almeno due ruoli in commedia. Taricco infatti è uno dei principali dirigenti in Italia della banca d’affari americana Jp Morgan Chase, uno dei colossi che dominano la finanza internazionale. Si può dire che Jp Morgan fa affari praticamente con tutte le istituzioni finanziarie del nostro Paese. Taricco, in qualità di manager della banca Usa, negli anni scorsi ha avuto rapporti con la Fondazione Cassa di Alessandria. Allo stesso tempo, però, il medesimo Taricco ha personalmente promosso un fondo finanziato dalla fondazione piemontese. Per finire va segnalato che fino al 2009 tra i soci della Ncp italiana compariva anche il commercialista Daniele Pittatore, il quale sostiene di non aver mai avuto niente a che fare con il fondo. Suo padre Gianfranco, però, scomparso ad agosto del 2009, era il presidente della Fondazione Cassa di Alessandria che ha investito in Ncp sicar. Quella di Lussemburgo. Con i soci off shore.”

 

Allineamento graduale. Per gli uomini lavoratori autonomi l’allineamento con i dipendenti sarà completato nel 2012; dopo questa data, si potrà andare in pensione anticipata con 42 anni e 3 mesi di contributi, oppure si dovrà attendere i 66 anni di età per il pensionamento ordinario. Per le donne, l’avvicinamento all’età ordinaria di 66 anni (dal 2018 si applicherà a uomini e donne a prescindere dal lavoro svolto) sarà invece progressivo, con una penalizzazione rispetto agli scalini previsti per le dipendenti private.

Un possibile emendamento

Tra gli emendamenti relativi alla manovra uno in particolare, relativamente alle pensioni, dovrebbe essere abbastanza sicuro. Il nuovo testo da approvare in Aula riguarderà infatti anche le pensioni, in un aspetto molto importante, relativo all’aumento del cash pagabile della pubblica amministrazione, che salirebbe a 980 euro. Si sa ancora poco relativamente alla rivalutazione delle pensioni fino a 1400 euro.

L’indicizzazione delle pensioni

Si discute anche relativamente all’indicizzazione delle pensioni, che attualmente è prevista per gli assegni fino a 936 euro. Chi supera questo limite non avrà nei prossimi tempi la rivalutazione in base al costo della vita. E questo è un aspetto che secondo i sindacati non può restare immutato. Si cerca quindi di studiare il modo migliore per effettuare una modifica a questo aspetto: si potrebbe ad esempio alzare il limite a 1170 euro (2,5 volte il valore di una pensione minima) per avere un’indicizzazione totale, oppure si potrebbe alzare il limite a 1400 euro (tre volte la pensione minima) ottenendo però una valutazione parziale per le pensioni da 936 a 1400 euro.

Alcune informazioni da sapere sulle pensioni

La riforma sarà in vigore dal prossimo gennaio. Per questo motivo nulla cambierà per chi raggiungerà i requisiti per la pensione di vecchiaia entro il 31 dicembre (65 anni per gli uomini, 60 anni per le donne del privato, 61 anni per le donne del pubblico). Il sistema attuale delle quote rimarrà in vigore per i lavori usuranti. In questo modo alcune categorie di lavoratori potranno sempre andare in pensione uno, due o tre anni prima rispetto a chi svolge altre attività. Inoltre non ci sarà nessuna modifica per quanto riguarda i lavoratori in mobilità dopo un licenziamento collettivo.

aggiornamenti a cura di Gianluca Rini

Gli effetti del metodo contributivo pro-rata
Il metodo contributivo pro rata, introdotto dalla riforma, potrebbe inoltre portare un alleggerimento dell’assegno per i nuovi pensionati, poichè sui contributi versati dal 2012 in avanti, gli anni in più che il lavoratore passerà nel proprio impiego avranno un peso minore rispetto al calcolo retributivo, generando pertanto un potenziale deprezzamento per le nuove pensioni. Stando ad alcune stime compiute nel corso delle ultime settimane, infatti, rimanere a lavoro oltre il requisito raggiunto per l’età pensionabile potrebbe risultare addirittura sconveniente, con un calo delle pensioni mensili che oscillerebbe tra i 10 e i 60 euro al mese.

Sistema flessibile
L’introduzione del sistema flessibile prevede che chi rimane presso il proprio posto di lavoro più a lungo, potrà ottenere un assegno mensile più elevato. Un sistema che potrebbe premiare chi permarrà nella propria occupazione di riferimento fino ai 70 anni, ma che dovrebbe altresì penalizzare chi andrà in pensione con la minima età contributiva. La penalizzazione è stata quantificata dal governo un 2% in meno nel trattamento per ogni anno di anticipo rispetto all’età minima.

Pensione di anzianità
La pensione di anzianità si raggiungerà con 42 anni e un mese di contributi per gli uomini e 41 e un mese per le donne. L’età di vecchiaia sarà invece pari a 66 anni per gli uomini (fin dal 2012), convergente con quella delle donne (che raggiungeranno tale limite solo nel 2018).

Le diverse aliquote contrattuali
Uno scenario certamente molto confuso, quello delle pensioni italiane ante-riforma, che viene ulteriormente complicato dall’intricata maglia di differenti regole in vigore per le singole categorie contrattuali e professionali. Secondo una recente analisi del Corriere della Sera, ad esempio, le aliquote contributive spaziano dal 33% dei lavoratori dipendenti all’8,6% di deputati e senatori, passando al 20% degli artigiani e dei commerianti e al 10-13% di alcune particolari categorie (come gli psicologi, gli architetti, gli avvocati). Insomma, regole diverse per diversi contribuenti, per uno schema che il ministro Fornero dovrà cercare di sbrogliare. Il tentativo sarà fatto attraverso l’innalzamento dei contributi di commercianti, artigiani, coltivatori diretti e aziende agricole per 0,3 punti percentuali ogni anno, fino a giungere ai 2 punti percentuali nel 2018.

Il timore di chi è vicino alla pensione
Ad ogni modo, le domande che vengono poste dinanzi agli impiegati Inps si estendono inoltre al quantitativo di cui si potrà godere in caso di pensionamento. In altri termini, il timore è anche relativo agli effetti sul quantum, che l’estensione del metodo di calcolo contributivo pro rata potranno generare sull’assegno. Ad ogni modo, una rassicurazione: chi entro il 31 dicembre del 2011 maturerà i requisiti per il pensionamento di anzianità, potrà lasciare il lavoro senza penalizzazioni.

 

Fonte:
Vostrisoldi