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São Paulo, 10 Dezembro 2018 - 11:17 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 10 Dicembre 2018 - 14:17
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TRENT’ANNI FA, QUANDO CADDERO GLI DÈI DEL BRASILE
 
 
 
 
Rossi, Rossi, Rossi: tre gol al Brasile, e carioca eliminati da un’Italietta che aveva passato il primo turno per miracolo e aveva però già dato sorprendenti segni di risveglio battendo l’Argentina di Maradona. «Caduti gli dèi del Brasile», titolò La Stampa il giorno dopo. Si giocò il 5 luglio 1982, trent’anni esatti fa; e il bizzarro calendario del dio Pallone offre tale gloriossisimo anniversario quattro soli giorni dopo lo spaventoso poker subito dagli spagnoli. Provvidenziale consolazione (peraltro meno necessaria del previsto, se si analizza l’effettivo rendimento degli azzurri in Polonia e Ucraina); perché quell’Italia-Brasile è da molti considerato il più leggendario incontro in 102 anni di azzurre battaglie, con l’unica possibile eccezione – naturalmente – di Italia-Germania 4-3.

Ma andiamo per ordine. A quell’incontro, in fondo, si arrivò quasi per caso. La formula di quel mondiale spagnolo – caso unico nella storia – prevedeva due fasi a gruppi. Nella prima, i consueti gironi all’italiana a quattro squadre; nella seconda – qui stava la particolarità – quattro gironi di tre squadre ciascuna. Chi terminava il girone per primo, accedeva alle semifinali. L’onnipotente Brasile disponeva di un calendario che, a fronte della sua scontata supremazia nel gruppo F, gli avrebbe assicurato nella seconda fase la comprimarietà delle seconde classificate dei gironi A e C, rispettivamente capitanati da Italia ed Argentina. Ma azzurri e albiceleste steccarono, si fecero precedere in classifica da Polonia e Belgio, e si consegnarono al sacrificio nella tana dei mostri carioca. Che avevano nel frattempo polverizzato Unione Sovietica, Scozia e Nuova Zelanda segnato qualcosa come dieci reti in tre partite (anche se un’analisi più attenta degli incontri con sovietici e scozzesi rivela chiaramente le pecche che furono poi fatali alla Seleção allenata da Telé Santana).

Si cominciò con Italia-Argentina: vinsero – come detto – sorprendentemente gli azzurri per due a uno capitalizzando l’italico contropiede con una maestria possibile solo quando si gioca sfavoriti. E giovandosi di una marcatura di Gentile su Maradona con pratiche che gli odierni regolamenti tollererebbero forse per una ventina di minuti. Tre giorni dopo, i brasiliani batterono a loro volta gli argentini per tre a uno. Maradona e compagni a casa: il 5 luglio, in programma lo scontro finale. In nome della miglior differenza reti, a quegli undici artisti del calcio sarebbe stato sufficiente un pareggio. Nonostante la buona impressione destata dagli azzurri contro l’Argentina, l’impresa sembrava pur sempre troppo ardua: Gianni Brera espresse l’augurio che i nostri, almeno, non si rendessero troppo ridicoli…

Si giocò al Sarriá di Barcellona, parente povero del fantastico Nou Camp, e dunque troppo piccolo per la torcida verde oro. Al quinto minuto Bruno Conti scende sulla fascia destra, cambia gioco con un esterno tutto brasiliano (non a caso i carioca lo adoravano) e pesca sulla sinistra Cabrini. Cross dalla tre quarti del bell’Antonio e sul secondo palo sbuca liberissima la testa di Paolo Rossi: uno a zero ed Italia in subbuglio. Fresco reduce da due anni di squalifica per calcioscommesse, assolutamente nullo nelle prime quattro partite, finalmente Pablito s’è sbloccato.

Ma per quel Brasile sembra proprio volerci altro. Sette minuti dopo è Socrates a varcare palla al piedi la linea mediana, e subito dopo a suggerire in profondita a Zico. Questi si libera divinamente di Gentile con finta di corpo e colpo di tacco, e altrettanto divinamente tocca in profondità con la punta dell’esterno, naturalmente guardando dall’altra parte. Risbuca Socrates che fulmina Zoff con una rasoiata tra palo e portiere che alza una nuvoletta di gesso dalla linea di porta: uno a uno e – pensano gli italiani – gli dèi si sono svegliati. E’ stato un bel sogno, grazie lo stesso…

E invece no. Perché al venticinquesimo sempre del primo tempo gli dèi brasiliani ricordano al mondo di essere tali solo… dalla cintola in su. Azzardato fraseggio difensivo tra Leandro e Junior, ed il futuro granata si lascia anticipare da Paolo Rossi il quale spiega subito che il suo gol di poco fa non è stato un episodio. Due a uno per gli azzurri, che su questo punteggio vanno al riposo con l’etichetta di potenziali semifinalisti.

Nel secondo tempo, il Brasile naturalmente non ci sta. Al 23′ della il centrocampo imposta sulla sinistra e cambia gioco in diagonale per Falcão, che riceve palla al vertice destro dell’area di rigore. L’ottavo re di Roma si accentra in orizzontale e lascia partire un sinistro che fulmina Zoff (il quale ancora oggi sostiene che la palla sia stata deviata con la punta del piede da Bergomi, altrimenti Falcão non gli avrebbe mai fatto gol di sinistro). Due a due, Brasile nuovamente qualificato e ventidue minuti da giocare.

A questo punto – come già nel primo tempo sull’uno a uno – i carioca ricadono nel loro atavico errore di non accontentarsi del pareggio. Errore costato loro la perdita del Mondiale del 1950 in casa loro nella partita decisiva contro l’Uruguay, e cronicamente ripetuto trentadueanni dopo; e mantengono così troppo larghe le maglie di una difesa già troppo traballante, inseguendo comunque la vittoria ed esponendosi al paradossale e micidiale contropiede azzurro. Che a sedici minuti dalla fine conquista un calcio d’angolo: sugli sviluppi, botta da fuori area che Paolo Rossi intercetta con il collo destro deviandola imparabilmente alle spalle di Valdir Peres: tre a due, tripletta di Pablito.

C’è ancora tempo per una parata di Zoff su Socrates, nella quale il portiere bianconero schiaccia la palla sulla linea e vi rimane accovacciato per alcuni istanti che a milioni di italiani sembrano un’eternità; e per una rete di Antognoni, annullata per un fantasioso fuorigioco e che, se convalidata, avrebbe paradossalmente scheggiato la bellezza della tripletta di Paolo Rossi. Che segnerà altri due gol alla Polonia in semifinale, e aprirà le marcature nella magica notte del Bernabeu contro la Germania. Ma queste sono altre glorie; quel 5 luglio 1982 fa storia a sé. Storia di dèi caduti, e di azzurri risorti. Come secondo alcuni dovrebbero fare ora, dopo la scoppola di domenica sera; ma chi ha visto bene le partite e ricorda bene il prima, sa che non è assolutamente necessario.

Roberto Codebò

 

Fonte:
zipnews.it