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São Paulo, 18 Dezembro 2018 - 17:25 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 18 Dicembre 2018 - 20:25
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SEI STUDENTI ITALIANI RESPINTI ALLA FRONTIERA IN BRASILE. VOLEVANO FARE VOLONTARIATO
 
 
 
 

«Ci hanno trattenuto per ore e ci hanno sequestrato il passaporto, abbiamo avuto paura». Il racconto dei ragazzi

Rimpatriati perché volevano fare volontariato nel Paese. La disavventura è capitata ai sei studenti di medicina e di psicologia dell`Università San Raffaele di Milano, atterrati a Salvador de Bahia il 16 agosto, chiusi in una stanza della dogana per tutto il pomeriggio senza poter telefonare e poi costretti a rientrare in Italia. Il motivo? Nella carta di ingresso avevano indicato come motivo del viaggio "turismo" invece "lavoro". Una leggerezza che è costata loro molto.

L`INDIRIZZO IN BRASILE - Racconta una dei sei, Giulia Delli Zotti: «Al nostro arrivo, degli agenti di polizia in borghese ci hanno sequestrato i passaporti e non ci hanno permesso di usare i loro telefoni (i nostri non prendevano) per avvisare l`ambasciata italiana. Poi ci hanno cambiato i biglietti di ritorno e ci hanno scortato sul volo per Milano che ovviamente non è rimborsabile». I sei ragazzi erano partiti per il Brasile per affiancare i medici volontari di un ospedale di San Salvador del San Raffaele e contemporaneamente fare un po` di vacanza: «Siamo stati selezionati dall`Università per osservare il lavoro dei medici in Brasile, non avremmo neanche dovuto fare niente di che. Ecc0 perché abbiamo indicato turismo e non lavoro come motivo del viaggio», racconta Giulia. I sei avrebbero dovuto alloggiare in una casa annessa alla struttura sanitaria. In una lettera che i ragazzi hanno scritto alla Farnesina ricostruiscono l`accaduto: «Un ufficiale di polizia federale ci ha chiesto dove avremmo alloggiato, e noi abbiamo spiegato che avremmo dovuto essere ospiti di una casa annessa all’ospedale. Nonostante l’ufficiale fosse chiaramente a conoscenza della nostra destinazione e del tipo di viaggio (siamo stati proceduti in circa 10 anni da una ventina di gruppi analoghi al nostro, nessuno dei quali ha mai avuto problemi di questo tipo pur presentando una documentazione analoga) siamo stati invitati ad attendere in disparte in quanto la polizia era intenzionata a verificare ulteriormente l’indirizzo».

TUTTO IN PORTOGHESE - Tutto risolto dunque? «Una volta fatte le verifiche, gli ufficiali di polizia ci hanno chiesto di dimostrare il possesso di biglietti aerei per il viaggio di ritorno nonché una disponibilità economica adeguata a coprire il periodo di permanenza». Così il biglietto di rientro previsto per l`8 settembre si è trasformato in un volo di ritorno immediato. E i passaporti sono rimaste nelle mani degli agenti fino all`imbarco, poi restituiti con il timbro “Impedido de ingressar no pais, com base na lei 6815/80”. «Abbiamo avuto paura, ci sono stati anche pianti e momenti di panico: non ci hanno concesso di chiamare l`ambasciata italiana e in più a complicare ulteriormente la situazione ci si è messo il fatto che tutta la vicenda si è svolta in lingua portoghese, nessuno degli ufficiali di polizia è stato in grado di comunicare efficacemente con noi in inglese o in altra lingua che non fosse il portoghese, con conseguenti notevoli problemi di interpretazione».

LO SCIOPERO DELLA POLIZIA - E l`ambasciata italiana? «Una volta che sono riuscita ad avvisare i miei genitori prima dell`imbarco ho chiesto loro di chiamare l`ambasciata italiana in Brasile. Ma il console evidentemente non si è mosso abbastanza in fretta, perché il permesso a rimanere nel paese è arrivato solo quando noi eravamo già in volo per l`Italia». Da parte sua il consolato italiano ha fatto sapere ai ragazzi di non essere stato avvisato in tempo e di aver contattato la Polizia federale per avere chiarimenti. Ora i sei ragazzi sono arrabbiati: «Ci hanno rovinato le vacanze e abbiamo buttato via i soldi del biglietto», raccontano. E a mente fredda Giulia riesce anche a darsi una spiegazione dell`assurdo episodio: «Quando siamo arrivati era in corso uno sciopero della polizia federale che protestava contro il taglio degli stipendi. Infatti gli agenti che ci hanno trattenuto non erano in divisa e indossavano solo delle pettorine». L`ipotesi è dunque che gli agenti abbiano voluto dimostrare di essere molto precisi e puntigliosi proprio con quel gruppetto di ragazzi italiani per sfogare la frustrazione. Conclude Giulia: «So che anche una coppia di russi che erano sul nostro volo di andata sono stati rimpatriati perché non avevano il biglietto di ritorno».

Marta Serafini

Fonte:
Corriere della Sera