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São Paulo, 11 Dezembro 2018 - 09:32 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 11 Dicembre 2018 - 12:32
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DOPO RATZINGER, IL BRASILE SPERA NEL SOGLIO
 
 
 
 

Accanto alle immagini delle mulatte coperte di lustrini, dei carri e delle maschere, le foto del Papa dimissionario sono di una malinconia senza fine. La notizia della rinuncia di Ratzinger, l’11 febbraio, ha relegato per un giorno il Carnevale ai margini della cronaca, ma le due storie si contendono adesso le home page dei giornali brasiliani e l’effetto combinato è un po’ spiazzante.

Finite le sfilate, le gare e le comparse del Carnaval – festa così sentita che anche i media più autorevoli hanno dedicato una sezione a quell’evento – ma nel Paese con il più alto numero di cattolici al mondo un Pontifice che si dimette non lascia indifferenti.

«Abbiamo già sofferto con la morte di Papa Giovanni Paolo II. Preghiamo per Benedetto XVI e speriamo che anche il prossimo pontefice accolga il popolo brasiliano come hanno fatto gli ultimi due. Sono scioccato e quasi non ci credo», dichiara Antônio Evandro da Silva Lopes, cuoco di Águas Lindas de Goiás, vicino a Brasilia, ed è così abbattuto che manca poco pianga.

Nemmeno il suo compatriota cardinale João Braz de Aviz, dall’altra parte del mondo, ha creduto d’altronde a quello che sentiva, quando Benedetto XVI ha annunciato il suo ritiro ai cardinali. «Il Papa sta dicendo che rinuncia?», ha chiesto stupitissimo al porporato che gli stava accanto. Qualche mese prima, de Aviz aveva parlato con molto orgoglio della presenza del Pontefice a quel raduno oceanico che sarebbe stato la Giornata Mondiale della Gioventù, previsto per il luglio del 2013 a Rio de Janeiro.

Il cardinale non stava nella pelle anche se, con quel senno di poi che fa sembrare adesso la rinuncia papale il segreto di Pulcinella, potrebbe leggersi tra le righe in quello che Ratzinger disse in quell’occasione all’Arcivescovo di Rio de Janeiro: «Ha garantito che il Papa parteciperà alla Giornata», riferì quest’ultimo. «O lui o il suo successore». Adesso, molti specialisti pensano che il nuovo Pontefice potrebbe essere brasiliano. E non solo perché il Brasile è il Paese più cattolico al mondo ma perché l’emorragia di fedeli che abbandonano il cattolicesimo per le chiese evangeliche e pentecostali (un problema che coinvolge in realtà l’intera America Latina) è, lì, più evidente che altrove. Nella sola Rio ne aprono di nuove, ogni anno, oltre settecento, e la percentuale di fedeli di quelle religioni è passata in pochi decenni dal cinque per cento dei primi anni Ottanta al venti per cento: vuol dire quaranta milioni tra protestanti tradizionali, pentecostali e neopentecostali.

Proprio João Braz de Aviz è uno dei due papabili brasiliani più quotati. Attuale Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società della Vita Apostolica a Roma, è stato arcivescovo di Brasilia tra il 2004 e il 2011, prima di assumere l’incarico a Roma. Il suo punto debole è di essere considerato vicino alla Teologia della Liberazione (di cui de Aviz critica, peraltro, gli effetti eccessivamente secolarizzati), temutissima da Ratzinger e da Giovanni Paolo II, ma lo bilancia con la giovane età, 65 anni e con un profilo progressista che svecchierebbe l’immagine della Chiesa.

L’altro papabile (molto più quotato nelle previsioni) è Odilo Pedro Scherer, 64 anni, un tipo severo e solido che ricorda fisicamente Wojtyła e a cui favore giocano il fatto di essere alla guida della più grande diocesi del mondo, quella di San Paolo, mentre a remare contro c’è la sua origine tedesca. «Scherer è un uomo di mezzo e non un conservatore come qualcuno ha scritto», spiega l’antropologo Alfredo Somoza, presidente di Icei e direttore della rivista di analisi politica Dialoghi, esperto di politica latino-americana. «Chi opera in un Paese che, come il Brasile, mantiene ancora tracce della Teologia della Liberazione ed è arcivescovo di una megalopoli come quella brasiliana è necessariamente aperto al dialogo e alla mediazione».

Non è solo il Brasile. Anche nel resto dell’America Latina i papabili non mancano. Le probabilità che venga eletto un Papa di quell’area nascono dal fatto che Centro e Sudamerica ospitano ben il 42 per cento dei 1.200 milioni di cattolici complessivi del pianeta. «Un pontefice latino-americano sarebbe un Papa di innovazione, perché dovrebbe dialogare con le nuove chiese evangeliche», spiega Somoza. «In quella zona ci sono molte aspettative al riguardo e la delusione credo sarebbe forte, se ancora una volta si sentissero esclusi».

La quadratura del cerchio, secondo la maggior parte degli esperti, si avrebbe con Leonardo Sandri, attualmente a capo della Congregazione delle Chiese orientali, nato in Argentina ma figlio di immigrati di Ala, in provincia di Trento, doppia cittadinanza argentina e italiana, conservatore e uomo delle gerarchie il cui punto debole è la mancanza di esperienza pastorale. Anche Sandri appartiene al bacino di “giovani” da cui è probabile verrà attinto il nuovo Pontefice: ha 69 anni, un buon carisma ed è stato il numero tre della Curia per un periodo durante il Pontificato di Giovanni Paolo II, di cui fu il portavoce quando quel Papa era malato e di cui annunciò la morte.

Sandri è, umanamente, un uomo comunicativo, dalla battuta facile, un po’ come Óscar Rodríguez Maradiaga, il salesiano arcivescovo della capitale hondurena Tegucigalpa e papabile d’annata: candidato già alla successione di Karol Wojtyła, era considerato un progressista doc prima di riconoscere il governo golpista che ha rovesciato l’ex presidente Manuel Zelaya e di avvicinarsi alla destra. Coltissimo, plurilingue, è pilota per hobby e si sposta, per i suoi viaggi pastorali nelle zone più lontane del Paese, su elicotteri che gli vengono prestati e che pilota personalmente.

Racconta spesso che il volo era il suo sogno giovanile, e lo abbandonò per seguire la chiamata di Dio, salvo riprendere quella passione quando diventò vescovo. «Ho scelto il sacerdozio, ho preso altri aerei che portano anche in paradiso», ha scherzato. Tra i suoi leit motiv c’è la difesa dell’ambiente, che l’uomo manipola – dice – a suo piacimento come ne fosse il padrone.

Infine, c’è chi ha fatto il nome di Jaime Ortega, arcivescovo dell’Avana, 77enne mediatore tra il governo cubano, la Chiesa cattolica e i dissidenti. Ortega ha una strana storia. A trent’anni e rivoluzione fresca di trionfo, venne rinchiuso in un campo di lavoro il cui obiettivo era rieducare religiosi, omosessuali e sovversivi, ma quando ne uscì decise di non andarsene da Cuba a continuare il suo lavoro, che per molti anni lo vide in lotta frontale con Fidel.

Per esempio attaccò duramente quest’ultimo ai tempi del processo Ochoa e solo da qualche anno, con l’ammorbidimento del governo castrista, i suoi rapporti con l’establishment sono diventati sufficientemente buoni da consentirgli di diventare un interlocutore privilegiato di Raul. Si deve a lui se sia Benedetto XVI sia Giovanni Paolo II hanno visitato Cuba, con l’inevitabile e positiva ricaduta all’interno dell’isola. Ortega è amato tra l’altro anche dalle damas de blanco, ma detestato dai cubani di Miami che hanno fatto di tutto per screditarlo. Benché sia parecchio improbabile che un cardinale cubano diventi Papa, il suo nome viene fatto ogni tanto dai “bookmaker” più azzardati.

Non tutti gli specialisti sono dell’idea che l’America Latina sia un serbatoio possibile. Per Roberto Blancarte, fondatore del Centro degli Studi Religiosi di Città del Messico e sociologo delle religioni, quell’area non è di grande interesse per la Chiesa. «Non si tratta di una zona importante per lo sviluppo del cattolicesimo a livello intellettuale e teologico come lo era ai tempi della Teologia della Liberazione e ha smesso di essere una priorità».

Eppure, non è così che la pensavano sia Benedetto XVI sia il suo predecessore, per cui il problema di preservare l’ancora nutrito serbatoio di fedeli dalla concorrenza delle nuove religioni era ed è ancora molto sentito. Giovanni Paolo II arrivò a definire gli evangelici lupi famelici, mentre nel 2004 l’allora Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede Joseph Ratzinger accusò gli Stati Uniti, in un discorso al Senato, di finanziare le nuove chiese perché le ritenevano più capaci di garantire un sistema politico ed econominco stabile. E però, a quella concorrenza la Chiesa non ha trovato finora una soluzione.

La spettacolarità dei nuovi culti e dei loro pastori pop, trascinatori di masse sono soltanto uno dei motivi di attrazione. “La verità è che i nuovi culti sono più accattivanti per le persone meno acculturate, perché promettono già in terra quello che i cattolici garantiscono soprattutto in cielo”. Il superpapabile Odilo Scherer ha dichiarato in sintesi in una intervista televisiva che la Chiesa cattolica non ha alcuna intenzione di competere in questo senso con le nuove chiese, dato che non sarebbe giusto promettere una modificazione della realtà che spetta solo a Dio.

A gareggiare sono invece i cattolici un po’ atipici di Rinnovamento Carismatico che, soprattutto in Brasile, hanno cominciato ad adottare sceneggiature simil-pentecostali e sacerdoti rock. Per esempio Marcelo Rossi, che dal suo pulpito molto scenografico grida e canta in maxi-messe che riuniscono fino a centinaia migliaia di devoti, a loro volta eccitatissimi. I CD di Rossi sono in testa alle classifiche (12 milioni i dischi venduti) così come quelli di Reginaldo Manzotti, un altro sacerdote-stella e autore di brani che vanno per la maggiore. Ma questa è ancora un’altra storia. 

 
Fonte:
linkiesta