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São Paulo, 15 Dezembro 2018 - 19:02 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 15 Dicembre 2018 - 22:02
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A.A.A. CERCASI DISPERATAMENTE MANAGER ESPERTI NELL’EXPORT
 
 
 
 

CON LA RECESSIONE IN ITALIA CRESCE LA RICHIESTA DI DIRIGENTI CHE CONOSCANO I MERCATI INTERNAZIONALI, FORTI DI LEGAMI CON IMPRESE E ISTITUZIONI STRANIERE, E CAPACI DI TROVARE UNA VIA COMMERCIALE ANCHE DOVE APPARENTEMENTE NON C’È

Daniele Autieri

 

S i sopravvive solo con l’export. È questa la dura realtà che stanno vivendo molti settori produttivi in Italia. E allora è aperta la caccia agli export manager, i dirigenti esperti di mercati internazionali, forti di legami con imprese e istituzioni straniere, e capaci di trovare una via commerciale anche dove apparentemente non c’è. Purtroppo il loro profilo è difficile da scovare sul mercato italiano dei manager se è vero che proprio l’Istat nell’ultimo Rapporto 2013 sulla competitività delle imprese rivela che il 20% delle aziende italiane non riesce ad esportare per colpa delle limitate capacità dei propri manager. Nonostante questo la caccia è aperta anche perché, a fronte della stagnazione dei consumi interni, ci sono paesi che continuano a crescere. Il fenomeno della “migrazione commerciale” riguarda tutti, grandi e piccole imprese, come dimostra il caso di Eataly, inaugurato il 26 gennaio del 2007 a Torino, cresciuto in Italia, e poi diffuso in tutto il mondo con una strategia di internazionalizzazione basata sull’offerta del made in Italy che ha portato l’idea del fondatore Oscar Farinetti prima negli Stati Uniti e in Giappone, e nei prossimi anni a San Paolo in Brasile e a Mosca. A battere la via dell’export sono però anche le imprese di medie dimensioni come il gruppo Santarella, un’importante azienda italiana attiva nella fornitura di materie prime per le acciaierie che ha superato la strategia commerciale improntata

al mercato interno, per fare investimenti all’estero. Il project manager Fulvio Orselli è stato chiamato proprio per aprire nuove strade di business fuori dai confini nazionali. «Il mio ruolo – spiega – è quello dell’export manager, e quindi ho il compito di inaugurare nuovi sbocchi commerciali all’azienda al di fuori dei confini nazionali. Per farlo è necessario conoscere il mercato, i competitor e i potenziali clienti in giro per il mondo». Una figura nuova, per certi versi, ma sempre più necessaria alle imprese italiane: «In molti casi un export manager può diventare più importante dei dirigenti funzionali. La domanda interna continua a contrarsi e la fetta di mercato si fa sempre più piccola. Andare all’estero diventa quindi una priorità». E farlo non è poi così complesso come si possa immaginare: «Paradossalmente – prosegue Orselli – entrare in contatto con gli uffici acquisti di aziende straniere è più semplice di quanto non accada in Italia dove c’è più chiusura verso i nuovi fornitori». Puntare sull’export per sopravvivere è la ricetta suggerita anche dal gruppo Euler Hermes, controllato da Allianz e specializzato nell’assicurare le imprese che scelgono la via dei mercati internazionali. L’ultimo rapporto elaborato dall’ufficio studi dell’azienda rivela che nel 2014, a fronte di un Pil in crescita dello 0,4%, le esportazioni italiane dovrebbero aumentare del 3,7%. Non solo: l’analisi di Euler Hermes si concentra su alcune regioni, come quella del Mediterraneo, dove le opportunità per le aziende e per i manager sono ancora più interessanti. Nel 2013 – dice lo studio – le nostre esportazioni verso i Paesi del Mediterraneo sfioreranno i 15 miliardi, un dato superiore a quello raggiunto da due competitor agguerriti nella regione come Spagna e Francia. Per agganciarsi a questo trend ciascuna azienda segue una sua strategia. La Idm, uno dei primi operatori italiani nella gestione in outsourcing di documenti, ha seguito tre linee di crescita all’estero. «La prima – spiega Marco Donnamaria, sales & marketing director – è stata delocalizzare alcune attività in Paesi come la Romania; la seconda è stata stringere partnership su nuovi mercati con multinazionali straniere; la terza è passata attraverso accordi commerciali siglati con operatori locali». Ma a parte alcuni casi specifici, molte imprese italiane scontano ancora un pericoloso ritardo. I dati Eurostat dimostrano che, tra il 2000 e il 2012, il nostro Paese ha perso oltre l’1% di quote sul mercato internazionale dell’export. È necessario quindi recuperare le posizioni perdute. Il ritardo è culturale: secondo uno studio sulla produttività elaborato da Manageritalia solo il 34,9% dei dirigenti sta puntando sull’estero per aumentare la competitività della propria azienda. «Troppo pochi – attacca il presidente di Manageritalia, Guido Carella –mancano tante cose, ma quello che da diverse indagini emerge come il vero gap sono le limitate capacità manageriali e quindi organizzative che incidono sulla capacità di dialogare con interlocutori internazionali e di entrare sui mercati esteri». A sinistra, il saldo dell’import-export per settori economici nell’ultimo ann.

 

Fonte:

la Repubblica