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São Paulo, 14 Dezembro 2018 - 12:57 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 14 Dicembre 2018 - 15:57
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LA LIBERTÀ DI UNA BUONA PENSIONE
 
 
 
 

La legge di stabilità non riapre il cantiere pensioni né rilancia la complementare. Solo questa oggi consente di programmare una buona pensione per la vecchiaia. Gli occhi sono appuntati solo sul patrimonio dei fondi che fanno gola all’Inps. Basta demonizzare il sistema retributivo, che sarebbe stato ingiustamente munifico e dispendioso.

Il sistema retributivo ha governato il mondo delle pensioni dal dopoguerra fino al 1995, ma già all’inizio degli anni 90 si  insinuò  che era troppo generoso con gli anziani a scapito dei giovani,  con l’aggravante di assorbire “tanto” denaro pubblico. Così, non sapendo come andare avanti, si decise di tornare indietro, cambiando il sistema di finanziamento delle pensioni.

Il retributivo, accusato di tutte le nefandezze, è stato gradatamente eliminato ( fino all’accelerazione della Fornero che lo l’ha tolto del tutto dal 2012) per far posto al sistema contributivo.

Il contributivo realizza la cosiddetta neutralità attuariale: quanto versi, quello ti prendi, ma non  quando vuoi, bensì quando decide il governo di turno. Ma perché c’era questo sistema così “munifico e dispendioso”? Ed era veramente così?

Nel dopoguerra, le pensioni furono polverizzate dalla iperinflazione. Se prima della guerra con 150 lire di pensione all’anno si viveva, dopo la guerra con 150 lire al giorno si moriva di fame.   Allora si  svolse un animato dibattito politico sindacale  su quale fosse il migliore sistema di  finanziamento  delle pensioni, tale che assicurasse il pareggio di  bilancio, erogando pensioni sufficienti a vivere, cioè come si dice tecnicamente, pensioni adeguate. Il sistema a   “capitalizzazione”, con un premio costante nel tempo, mutato dalle compagnie di assicurazioni si era dimostrato tragicamente del tutto inadeguato

Nel 1945  fu introdotto il sistema a ripartizione. Con questo sistema, il premio fu stabilito commisurando ogni anno o per brevi periodi pluriennali contributi da versare alle spese effettivamente sostenu¬te nello stesso periodo. II DLL. 1 mar-zo 45 n. 177, adottando il sistema della ripartizione ai fini contributivi, affermò il principio di una prestazione minima garantita, indipendentemente dall’importo dei contributi versati, cosa che non sarebbe stato invece  possibile nella forma a capitalizzazione. Ora si poteva prescindere dalle singole posizioni individuali accantonate e ripartire solidaristicamente  gli oneri sull’universo dei lavoratori attivi.

Era una politica redistributiva dei redditi in favore di chi non facendo più parte del mondo produttivo, non partecipava ai benefici dello sviluppo economico. Un meccanismo similare fu poi perfezionato con l’aggancio delle pensioni ai miglioramenti contrattuali, che fu abolito da Amato nel 1992.

II sistema a ripartizione fu adottato in base all’ottimistica previsione di allora, suffragata da coevi  studi e ricerche, di uno svi¬luppo costante e progressivo del modello industriale postbellico, necessitante di una sempre crescente forza-lavoro dipendente. Grossolanamente, con i contributi di 4/5 lavoratori dipendenti si pagava lautamente un pensionato. Poi vennero le macchine robot a sostituire gli operai ed i computer gli impiegati, non solo ma la gente cominciava a campare più a lungo, a prescindere dal Servizio Sanitario Nazionale. Alla fine il rapporto era uno ad uno. Cioè ogni lavoratore aveva il suo pensionato da mantenere. Invece di trovare qualche aggiustamento, un ristyling, si preferì tornare al vecchio sistema di finanziamento.

La pensione, da prestazione sociale è diventata così una prestazione attuariale, al fuori di qualsiasi criterio solidaristico.

Sancita con la legge Dini  questa metamorfosi concettuale, si reintrodusse il sistema della capitalizzazione con il metodo contributivo, lasciando in piedi l’impianto a ripartizione.  Il sistema a capitalizzazione puro avrebbe comportato il problema dei rendimenti dei capitali accumulati, cosa rischiosissima e gravida di foschi pericoli, da parte del settore pubblico. Un esempio si ebbe nell’acquisizione e gestione del patrimonio immobiliare degli enti. La capitalizzazione pura fu lasciata ai Fondi Pensione.

Con la riforma del 1995 scomparve la pensione minima. Poi su questa materia sono intervenuti Maroni con famoso scalone, Damiani con gli altrettanti famosi scalini che tanti guasti ha provocato e a scardinare successivamente il sistema ci hanno pensato Tremonti e in ultimo la Fornero. La Fornero ha avuto almeno  il merito di eliminare le famigerate  “finestre”. Dall’attuale ministro del lavoro in carica, Giovannini  sappiamo che non ci aspetta niente, dopo una sua professa entusiastica adesione alla riforma Fornero.

Uno dei principi cardini del sistema contributivo, l’unico vero responsabile della fine del patto intergenerazionale fra vecchi e giovani, era quello della flessibilità in uscita. Da Maroni in poi non più. Anzi fra un po’ di andare in pensione prima dei 70 anni, non se ne parlerà proprio, sperando che nel frattempo per amor della stabilità dei conti, la curva di longevità si abbassi. In questo senso stanno ponendo dei germi positivi tutti i tagli alla Sanità e la recrudescenza dei ticket. Così la gente si cura di meno, muore prima della data statisticamente prevista e la spesa previdenziale è salva! Per evitare che questo accada, ogni tanto qualcuno cerca di porre rimedio

“Ripristinare certezza nella possibilità di età di pensionamento effettivo di milioni di lavoratrici e lavoratori, restituendo loro quella serenità perduta nel corso degli ultimi anni, caratterizzati da un completo stravolgimento del sistema previdenziale”. Questa l’aulica prosa contenuta nella relazione di presentazione della proposta di legge intitolata “Disposizioni per consentire la libertà di scelta nell’accesso dei lavoratori al trattamento pensionistico” avanzata da diversi deputati, in primis Cesare Damiano, ex Ministro del Lavoro. Una proposta (la n. 857) avanzata il 30 aprile 2013 che recentemente ha fatto un balzo in avanti nel suo iter di approvazione grazie all’assegnazione alla XI Commissione Lavoro della Camera.

Non si tratta tuttavia di un primo tentativo. Già nella precedente legislatura, infatti, Damiano e altri parlamentari ci avevano provato con un progetto di legge quasi simile. Ci riprovano cambiando un po’ il testo anche a seguito delle nuove norme. L’obiettivo è quello di garantire flessibilità e “modalità omogenee di uscita dal mondo del lavoro a tutte le categorie di lavoratori, pubblici, privati e autonomi”, introducendo anch’essi, senza tener conto dell’equilibrio attuariale,  un sistema di penalizzazioni a seconda dell’età al pensionamento scelta dal dipendente.

La proposta prevede un intervallo d’età che va dai 62 ai 70 anni. Più specificamente, dal 1° gennaio 2014, le lavoratrici e i lavoratori con almeno 35 anni di contributi  dovrebbero poter  accedere al pensionamento flessibile al compimento del requisito minimo dei 62 anni d’età anagrafica  fino a quello massimo dei 70 anni. Al fine di determinare l’ammontare della pensione, alla quota calcolata con il sistema retributivo viene applicata una riduzione o una maggiorazione a seconda dell’età di ritiro effettivo e agli anni di contributi versati; così facendo, si garantirebbe l’invarianza dei costi tra i due sistemi ( il ministero del lavoro ha detto che non lo garantirebbe).

Allegata alla proposta si trova la tabella delle penalizzazioni e dei premi applicabili. Ad esempio, un lavoratore con 35 anni di contributi che decide di cessare l’attività a 62 anni, subirà una decurtazione dell’8%, mentre con 40 anni di contributi la percentuale si riduce al 3%. Nel caso invece di una persona che si ritira a 70 anni, la maggiorazione è dell’8% a prescindere dal fatto che l’anzianità contributiva sia di 35 o di 40 anni. A 66 anni si potrà andare in pensione senza penalizzazioni.

Il progetto di legge prevede altresì che, se più favorevoli, valgono  le disposizioni vigenti in materia di accesso anticipato per chi svolge lavori usuranti, così come le norme che prevedono l’esclusione dai limiti anagrafici per i lavoratori con almeno 41 anni di contributi (ai quali dunque non si applicano le penalizzazioni). Infine, in via transitoria fino al 31 dicembre 2016, viene bloccato il meccanismo dell’adeguamento dei requisiti anagrafici e contributivi di accesso al sistema pensionistico agli incrementi della speranza di vita.

Va da sé che questa proposta non ha nessuna possibilità realistica di trasformarsi in legge, sia perché il governo è contro, pur essendosi pronunciato in favore del  principio della flessibilizzazione all’atto del suo insediamento, sia perché oggi nessuna proposta di legge di iniziativa parlamentare è riuscita a completare l’inter legislativo.

Diventano legge solo i disegni di legge, quelli cioè proposti dal governo ed i decreti legge, quelli cioè emanati dal governo. Il resto sono tutti bei propositi sulla pelle degli altri. Ora la vera opportunità per farsi una programmazione per una pensione consapevole è il rilancio convinto della previdenza complementare. Invece gli appetiti sono rivolti unicamente sul patrimonio dei Fondi, mascherati da nobili intenti, il principale dei quali è il finanziamento delle piccole e medie imprese, le famose PMI. Magari, non contenti di aver fatto confluire tutta la previdenza obbligatoria all’Inps, si cerchi di far confluire tutta quella complementare a Fondinps ed il relativo patrimonio al Fondo tesoreria Inps che oggi raccoglie il Tfr.

FONTE:

Previdenza Complementare

Camillo Linguella