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São Paulo, 18 Dezembro 2018 - 17:25 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 18 Dicembre 2018 - 20:25
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LA DANNOSA OSSESSIONE DI RITOCCARE LE PENSIONI
 
 
 
 
Ci risiamo. Se c’è da intervenire in tema di finanza pubblica, le pensioni e i pensionati diventano (forzatamente) protagonisti. Al centro questa volta ci sono due emendamenti alla legge di Stabilità appena presentati. L’obiettivo? Introdurre un limite di reddito - 150 mila euro lordi - entro il quale è possibile cumulare la pensione e un eventuale reddito da lavoro dipendente o autonomo.

Sembra una norma tecnica, in realtà romperebbe ancora una volta il patto tra cittadini e Stato. Come? Molti dei pensionati presi di mira hanno, probabilmente, lasciato il lavoro anche con l’idea di proseguire l’attività professionale, magari con un impegno meno gravoso. Mettendo così a servizio del mondo produttivo, e della società, la competenza e l’esperienza acquisita. La logica apparente dietro queste misure è quella di creare maggiori opportunità per i giovani, ma i divieti a una categoria difficilmente hanno effetti positivi per le altre. I pensionati che svolgono attività di consulenza difficilmente verrebbero sostituiti nella loro attività solo per ragioni anagrafiche. Se sul mercato c’è una domanda per quel tipo di competenze, evidentemente servono.


Il rischio, semmai, potrebbe essere quello di una nuova crescita del lavoro sommerso. Il divieto di cumulo è stato abolito proprio per far emergere attività lavorative che altrimenti sarebbero rimaste nascoste. Risultato: alla fine una misura simile potrebbe persino trasformarsi in un autogol con una riduzione delle entrate tributarie e contributive. Sulle attività extra, infatti, i pensionati pagano già il 43% di Irpef e il 21% di Iva e i contributi all’Inps. Senza contare che, oltre i 90 mila euro, dal 2014 ci sarà anche il contributo di solidarietà. E secondo l’ipotesi estrema, con il divieto di cumulo, in caso di reddito aggiuntivo di 150 mila euro la pensione verrebbe addirittura azzerata. Decisamente troppo. Certo questa soglia, in una fase di crisi e di potere d’acquisto calante, appare elevata. Eppure va considerata per quello che è: il risultato di un lungo periodo lavorativo e dei contributi versati per assicurarsi l’assegno previdenziale. Non un privilegio.


Perché invece si continua a voler cambiare le regole del gioco sul terreno delle pensioni? Forse non è la strada maestra: il punto è trovare modalità di tutela previdenziale dei giovani, non la stretta su chi ha maturato diritti in base alle regole. Il rischio, serio, è di confondere continuamente i piani creando finte illusioni egualitarie.

La norma, inoltre, si applicherebbe con effetto retroattivo a tutti coloro che sono andati in pensione, consapevoli di poter proseguire un’attività lavorativa. Mentre, se proprio si volesse introdurre un simile divieto, dovrebbe riguardare solo i futuri pensionati. Un vizio, quello della retroattività, molto diffuso che andrebbe evitato in un Paese civile: le difficoltà di bilancio non possono essere un lasciapassare per violare(di continuo) le regole.

Fonte:

Corriere della Sera