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São Paulo, 17 Dezembro 2018 - 07:57 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 17 Dicembre 2018 - 10:57
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MONDIALE 1950: QUANDO L’ITALIA ANDÒ IN BRASILE IN NAVE (E NON FU UNA GRANDE IDEA)
 
 
 
 

Dopo Italia (1934 e ’90), Francia (1938 e ’98), Messico (1970 e ’86) e Germania (1974 e 2006), il Brasile è il quinto Paese a ospitare il Mondiale per la seconda volta. Succederà quest’anno, dopo la celebre edizione del 1950 passata alla storia per il «Maracanaço», la sconfitta 2-1 patita dal Brasile nella partita decisiva contro l’Uruguay allo stadio Maracanã di Rio de Janeiro. Se anche in Italia di quel Mondiale ricordiamo solo questo, è anche perché la spedizione degli azzurri non fu certo memorabile. O almeno, non lo fu dal punto di vista calcistico. Sotto altri aspetti, invece, fu una vicenda che avrebbe potuto serenamente ispirare una delle tante commedie (appunto) all’italiana che nell’immediato futuro avrebbero fatto la fortuna del nostro cinema.

Una commedia però nata da una tragedia, quella di Superga: quando l’aereo del Grande Torino, di ritorno da Lisbona, si schiantò sulla collina vicina al capoluogo piemontese. Pochi ricordano che, in quel momento, a causa della Seconda guerra mondiale, l’Italia era campione del mondo in carica di calcio, grazie ai due titoli conquistati nel 1934 e nel ’38. Il Grande Torino costituiva ovviamente l’ossatura della nazionale che avrebbe potuto difendere degnamente il titolo. Ma, e qui usciamo dalla tragedia, un’ulteriore conseguenza dell’incidente di Superga fu che federazione, molti calciatori e gran parte della stampa si trovarono uniti nella scelta di andare in Brasile non in aereo (35 ore di viaggio) bensì in nave.

La partenza dell’Italia dal porto di Napoli (Ap)La partenza dell’Italia dal porto di Napoli (Ap)La partenza per la traversata di 15 giorni avvenne il 4 giugno 1950, dal porto di Napoli strapieno di gente dopo che la nazionale era stata ricevuta a pranzo a Roma da Giulio Andreotti. La motonave Sises, 16.000 tonnellate, era di quelle abbastanza grandi da permettere teoricamente anche a una squadra di calcio di allenarsi. L’Italia stava sul ponte più alto, proibito al resto dei passeggeri. E qui però c’è il vero grande giallo della spedizione: testimoni indiretti come Gianni Brera o Angelo Rovelli e diretti come Giampiero Boniperti raccontano che tutti i palloni (fosse colpa del vento o dei piedi storti di qualcuno) andarono quasi subito persi nell’Oceano. Quindi l’unica vera partita di allenamento fu giocata a Las Palmas, isole Canarie, dove la Sises fece sosta l’8 giugno. Dopodiché si suppone che anche il secondo rifornimento di palloni sia andato perduto, perché i racconti della traversata fino a Santos parlano di partite a «ping-pong, pallavolo e gioco della piastrella», di noia mortale interrotta solo da tre giocatori (Lorenzi, Remondini e Cappello) e dalle loro gag con dei sombrero comprati alle Canarie. E poi c’erano quelli – non pochi, secondo Boniperti – devastati dal mal di mare. Eppure Amedeo Amadei, il celebre «Fornaretto» da poco scomparso, la storia dei palloni in mare l’ha sempre smentita: «Gli unici palloni visti erano quelli medicinali per fare i pesi. Per tutto il viaggio abbiamo fatto due sedute fisiche al giorno e tattica. E camminate sui ponti e tante carte. Arrivammo a San Paolo stanchi e senza preparazione ma accolti da duecentomila italiani immigrati laggiù».

Mancavano cinque giorni al debutto. Nella sua «Storia critica del calcio italiano» Brera racconta di una seduta d’allenamento massacrante che diede agli azzurri la botta finale. Rovelli aggiunge di una partecipazione (la notte del 24 giugno, vigilia della prima gara) alla festa di San Giovanni, «in una fantasmagoria di luci e di colori ma purtroppo anche di clamori: mortaretti, fuochi d’artificio, petardi a tener tutti desti». Come se non bastasse, l’Italia aveva rifiutato l’invito di un ricco immigrato a soggiornare nella propria fazenda in campagna a 560 m di altezza ed era rimasta a San Paolo. Gli azzurri occupavano il 19° e il 20° piano di un hotel, in cui però soggiornava anche uno «strepitoso corpo di ballo argentino». E forse non c’è altro da aggiungere se non il racconto delle partite.

 

Una cartolina-ricordo della nave Sises con le firme dei calciatoriUna cartolina-ricordo della nave Sises con le firme dei calciatoriLe 13 squadre partecipanti furono divise in due gironi da quattro, uno da tre e uno da due formazioni. Le vincitrici di ciascun gruppo avrebbero poi disputato un minitorneo finale e la Coppa Rimet sarebbe stata assegnata a quella con più punti. L’Italia finì nel girone a 3, con Svezia e Paraguay. In situazioni come queste, basta perdere una partita e si è praticamente fuori. Successe all’Italia, sconfitta 3-2 dalla Svezia, con una doppietta di Jeppson, poi diventato famoso anche per il suo trasferimento dall’Atalanta al Napoli per 105 milioni. Sì, perché dopo il 3-2 subìto allo stadio Pacaembu (lo stesso in cui si inaugurerà il Mondiale il 12 giugno 2014 con Brasile-Croazia) successe un’altra cosa bizzarra, ma non troppo alle nostre latitudini: 8 dei nostri avversari furono comprati da squadre italiane. Oltre a Jeppson e Nacka Skoglund (finito all’Inter), ci furono Gaerd alla Sampdoria, Palmer al Legnano, Nilsson al Genoa, Andersson (autore del terzo gol), il fratello di Nordahl e Sundkvist alla Roma. Tutto questo, naturalmente, dopo il pareggio 2-2 degli svedesi con il Paraguay, sufficiente a qualificarli per il girone finale e a eliminare gli azzurri cui a nulla servì la vittoria 2-0 sui sudamericani il 2 luglio.

Otto giorni dopo il suo esordio, l’Italia tornava a casa. In aereo, naturalmente: «Con le navi avevamo chiuso», ironizzò Boniperti in un’intervista di qualche anno fa. Con lui c’era Amadei, ma non Benito Lorenzi: «Scelse ancora la nave», raccontò il Fornaretto. «Ma sbagliò i conti, salendo su un bastimento che fece scalo in Francia per lasciare un carico. Arrivò in Italia un mese dopo, giusto in tempo per ricominciare la preparazione estiva».

 

Fonte: Corriere della Sera