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VENEZUELA IN CRISI, MONTA LA PROTESTA CONTRO MADURO
 
 
 
 

Industria ferma. Deficit in crescita. Economia in picchiata. Il presidente è spalle al muro.

E caccia i diplomatici Usa.

 

In Venezuela, dove nel 2013 sono morte ammazzate 24.763 persone, tre assassinati durante una manifestazione quasi non fanno notizia, se non fossero collegati alla grande crisi che il Paese sta vivendo, a poco meno di un anno dalla morte di Hugo Chávez e dalla elezione del suo delfino Nicolas Maduro.


Le vittime sono due studenti e un poliziotto, caduti a Caracas durante gli scontri nella manifestazione del 12 febbraio, ultimo atto di una settimana calda, segnata dalle proteste contro il governo socialista di Maduro.


E non a caso i cortei più numerosi si sono visti nel día de la juventud, giorno in cui i giovani venezuelani hanno celebrato il 200esimo anniversario della battaglia de La Victoria, quando nel 1814 truppe di studenti furono protagoniste di un’importante tappa verso l’indipendenza, conquistata sette anni dopo.


100 ARRESTI, E I MEDIA TACCIONO. In migliaia si sono radunati davanti alla procura generale per chiedere la liberazione di 14 studenti arrestati nei giorni scorsi, ma anche più democrazia e più dignità, in un Paese in cui cresce la violenza e gli scaffali dei supermercati continuano a essere semivuoti.
Poi gli scontri, gli spari, i tre morti e 25 feriti. Gli arresti sono stati più di 100. In quelle ore la tivù di Stato venezuelana trasmetteva telenovelas, mentre la pay tivù DirecTv e l’emittente internazionale Ntn24 erano le uniche a raccontare in diretta quanto stava accadendo, fino a quando l’autorità per le comunicazioni ha oscurato il segnale di entrambe.


LEADER DELL`OPPOSIZIONE ACCUSATO DI TERRORISMO. Il cliché delle accuse è sempre il solito: Maduro e i suoi uomini se la sono presa con «gruppi fascisti intenzionati a destabilizzare il Paese», e hanno accusato delle violenze Leopoldo López, leader del partito di opposizione Voluntad Popular, che in serata è stato raggiunto da un’ordine di cattura con l’accusa di terrorismo. Le ong locali Provea e Ovv (Observatorio venezolano de violencia) hanno detto che polizia e gruppi paramilitari hanno aggredito gli studenti indifesi.


Il leader di coalizione e sfidante di Maduro alle ultime elezioni, Henrique Capriles, ha condannato la violenza: «Quella non sarà mai la nostra strada». Senza citare partiti o schieramenti, il procuratore generale della Repubblica Luis Ortega Díaz ha spiegato che si è trattato di una «operazione pianificata», di un’«infiltrazione di gruppi politici nella manifestazione studentesca».
A prescindere da chi abbia scagliato la prima pietra, è evidente che il governo chavista sta nascondendo una crisi sociale ed economica profonda, che potrebbe portare a conseguenze molto gravi.

La Banca centrale stampa moneta, l`inflazione sfonda il 56%

 

Quel dio petrolio che ha sostenuto per 14 anni le politiche di Chávez – nonostante la domanda e i prezzi stabili – non basta più: tra il 1998 e il 2012 il consumo pro capite in Venezuela è cresciuto del 55% (3,2% all’anno), mentre la produzione per abitante solo del 15% (0,9%). Man mano che il petrolio diventava l’unico perno dell’economia, annichilendo quel che restava dell’industria locale, le importazioni aumentavano in modo vertiginoso (nel 1998 erano l’11%, nel 2012 il 46%), creando un bisogno di valuta straniera che lo Stato non è più riuscito a sostenere.


In più, la generosa politica dei sussidi statali, insieme ai prezzi imposti a molti beni primari, comporta spese insostenibili per lo Stato e contribuisce a gonfiare l’inflazione, che ora è al 56,2%. E che è destinata a crescere, perché la Banca centrale continua a stampare moneta per finanziare i deficit fiscali.


LO SCONTRO TRA INDUSTRIE E GOVERNO. E ancora, il tasso di cambio ufficiale dollaro-bolívar (1 contro 6,3), che è fino a 10 volte inferiore a quello reale (1 contro 64) sostenuto dal mercato nero, contribuisce a mantenere il caos.
Intanto farina, zucchero, latte, prodotti per l’igiene personale continuano a scarseggiare e la Cámara de la Industria de Alimentos denuncia di non avere ricevuto dal governo i 2,4 miliardi di dollari promessi entro gennaio per assolvere i debiti con le imprese straniere creditrici.
Empresas Polar, la principale industria alimentare del Paese, reclama 400 milioni di dollari per l’acquisto di materia prima, negata dalla maggior parte delle imprese straniere per i debiti accumulati.


IL BUCO NELLA SANITÀ. Ancora più grave è la crisi nel settore sanità, con un buco nel settore dei medicinali che ha raggiunto il 46%. Anche qui, il debito con le case farmaceutiche straniere ammonta a 425 milioni.
La mancanza di dollari sta avendo un grosso impatto anche nel settore dei trasporti, con il rischio di isolare il Paese ancor di più. Varie compagnie aeree internazionali, da Iberia a Lufthansa fino a America Airlines, hanno deciso di sospendere la vendita di biglietti in Venezuela a causa dei debiti in dollari (3 miliardi in totale) dovuti a richieste di cambio dal bolívar non approvate dalle autorità di Caracas.


Dal governo, intanto, arrivano improperi e interventi tappabuchi (come le aste con cui la banca centrale assegna dollari alle maggiori società importatrici, stabiliti in 5 miliardi totali per il 2014) ma nessuna politica strutturata che affronti la crisi della bilancia dei pagamenti, o per allentare l’inflazione, né su come stimolare l’apparato produttivo nazionale facendolo uscire dalla dipendenza petrolifera.


IL «REGIME MADURO» NEL MIRINO. Di certo l’opposizione, ora che il malcontento cresce e può contare anche sull’appoggio sistematico degli studenti, vede aumentare la propria forza.
E trova nuovi punti di riferimento, come quella Movida Parlamentaria nata dall’iniziativa di un gruppo di 25 parlamentari dell’opposizione guidati dall’ex candidata alla presidenza María Corina Machado, dal leader di Voluntad Popular Leopoldo López e dal sindaco di Caracas Antonio Ledezma.
Il 2 febbraio, i tre politici hanno annunciato una nuova fase politica, fondata su una serie di proteste pacifiche con l’obiettivo di «cambiare il regime di Nicolás Maduro». L’hanno chiamata La salida.

Lunedì, 17 Febbraio 2014

 

 Fonte:
Lettera 43