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São Paulo, 15 Dezembro 2018 - 00:30 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 15 Dicembre 2018 - 03:30
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URUGUAY-BRASILE: QUELL`EPICA "NON FINALE" DEL 1950
 
 
 
 
 Paolo Corio

Era scritto nelle stelle che dovesse vincerli il Brasile quei Mondiali del 1950, i primi e per il momento unici giocati in casa dalla Selecao prima di quelli in arrivo. Era anche scritto nel regolamento (anche qui prima e unica volta nella storia del torneo) che non ci dovesse essere una finale, ma un conclusivo girone a quattro da cui sarebbe uscita la squadra campione del mondo.

Gli dèi del pallone avevano però altri progetti e così Uruguay-Brasile, ultimo incontro in tabellone il 16 luglio 1950, finì per essere comunque una finale, che i verdeoro potevano anche pareggiare e i biancocelesti erano invece obbligati a vincere, sul terreno del Maracanà e davanti a una folla tutta brasiliana che nessuno riuscì mai davvero a quantificare (ancora oggi oscillano da 173.830 a... 210, se non addirittura 220 mila spettatori).

Ma agli dèi del pallone questo non bastava: già trasformata in finale, quella partita doveva diventare epica. E perché ciò accadesse non era sufficiente che l`Uruguay vincesse (2-1) a dispetto di ogni pronostico e dell`iniziale svantaggio, né che il risultato di quella partita spingesse al suicidio decine di tifosi carioca incapaci di superare il dramma dell`inattesa sconfitta. Perché fosse epica, proprio come nelle opere classiche, quella partita doveva lasciare ai posteri la duplice figura dell`eroe impavido e dell`uomo vinto dal destino: Obdulio Varela, indomito capitano dell`Uruguay, ebbe la buona sorte di essere il primo; Moacir Barbosa, portiere della Selecao, la disgrazia di incarnare la figura del secondo. A condannarlo per sempre, beffando lui come un`intera nazione, fu al 79° minuto il destro di Alcides Ghiggia: doveva essere un cross, fu invece un tiro che si infilò tra il palo di sinistra e la mano di Barbosa, trasformato in quel preciso attimo nell`eterno simbolo del perdente agli occhi di tutto il Brasile.

A nulla valsero le successive richieste da parte di Barbosa di considerare anche le responsabilità dei difensori, a partire dal compagno Bigode che - come dimostrano le immagini di repertorio del video qui sotto - lasciò a Ghiggia lo spazio per calciare. A nulla servì il riconoscimento di "miglior portiere del torneo" (che suonò anzi quasi una beffa) assegnatogli dalla giuria di giornalisti presenti ai Mondiali. A nulla valse il fatto che negli anni successivi Barbosa vinse altri due Campionati brasiliani con il suo Vasco de Gama, con cui aveva già vinto quattro titoli, oltre a una Coppa dei Campioni del Sudamerica. Ormai gli dèi avevano decretato la fine non solo del giocatore, ma anche dell`uomo: additato come simbolo vivente della sfortuna, Barbosa si ritrovò a dover parare anche i tiri a effetto della depressione, morendo poi a 79 anni il 7 aprile 2000, mezzo secolo dopo il "misfatto", senza che il Brasile l`avesse mai perdonato. Lo stesso Brasile che rimase volontariamente senza un portiere nero sino al 1995, anno dell`esordio in verdeoro dell`ex milanista Dida, e che in un`occasione (ultima, inconcepibile vendetta) vietò a un ormai anziano Barbosa l`ingresso al ritiro della Selecao.

A nulla valse pure la ripetuta solidarietà dello stesso Obdulio Varela, destinato al contrario a un`inossidabile immagine di vincente e al calore della sua gente sino al 2 agosto 1996, quando scomparve a Montevideo pochi giorni prima (curiosa coincidenza) di arrivare all`età a cui scomparve poi Barbosa, venendo salutato dall`intero Uruguay con i funerali di Stato. Schivo di natura, reticente alle interviste, a volte addirittura disincantato nei confronti di un`impresa che lo consacrò all`immortalità ma non lo rese certo ricco, Obdulio Varela - sempre all`opposto di Barbosa - due anni prima della morte ebbe anche la soddisfazione di ricevere l`Ordine al Merito da parte della Fifa, una sorta di ammissione nella "hall of fame" del calcio internazionale. Con paradossalmente un argentino a consacrarne poi una volta per tutte la grandezza: "Ovviamente non l`ho visto giocare, ma di lui mi è rimasta impressa una frase meravigliosa che mi è servita parecchio durante la mia carriera. Prima di giocare la finale del `50 contro il Brasile al Maracanà, disse: `Solo se diventiamo campioni, mi sentirò realizzato`. Datemi compagni come questo uruguaiano". Firmato, Diego Armando Maradona.

 

Fonte:
Panorama