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São Paulo, 17 Dezembro 2018 - 07:57 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 17 Dicembre 2018 - 10:57
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«LA BUROCRAZIA FRENA L`ITALIA». MALE INVESTIMENTI E PRODUTTIVITÀ
 
 
 
 
BRUXELLES - Dietro l’angolo, ci sono già le pagelle economiche della Ue: le distribuirà ai governi nei prossimi giorni, darà i suoi voti ai programmi per la crescita, e fra i banchi ad attendere ci sono scolari come Renzi, Padoan, Hollande, altri ancora. Ma i voti di oggi hanno origini nel passato: in come ciascuno ha affrontato, o non ha affrontato, gli inizi della crisi. Governi di centrodestra, centrosinistra, governi tecnici «centro-centro»: la diagnosi riguarda tutti. E il riflettore acceso su quel passato dalla Commissione Europea rivela ora distrazioni, pigrizie, ed errori di mira, che spiegano molto. A cominciare dall’Italia: «Molti studi hanno legato la scarsa produttività di un Paese alla qualità deteriorata delle sue istituzioni – dice l’ultimo rapporto del Direttorato per gli affari economici e monetari della Commissione sull’andamento delle economie dell’eurozona dall’inizio della crisi fino ad aprile 2014 - e la qualità delle istituzioni, così come misurata dagli indicatori della Banca Mondiale, è stata davvero bassa nelle economie dell’Eurozona con bassa produttività. Questo sembra in particolare il caso dell’Italia».

Di più: «Il Tfp dell’Italia (total factor productivity, il fattore che calcola il peso dei vari fattori sulla produttività di un Paese, dal governo e la burocrazia alle tecnologia) si è allontanato significativamente da quello del resto dell’Eurozona, nel decennio che ha preceduto la crisi, anche se la stessa Italia non era fra le nazioni che cercavano di inseguire quelle più progredite». Ma alla fine, «il calo del Tfp ha spinto l’Italia a divergere dalle altre nazioni dell’euro». E il perché di tutto questo, lo dicono implacabili le cifre dei grafici. Quello, per esempio, che misura l’efficienza dei governi («qualità dei servizi pubblici ma anche indipendenza dalle pressioni politiche»): l’efficienza del governo italiano, calcolata intorno a quota 0,7 nel 1996, sfocia in un percorso del Tfp dal 1996 al 2007 che resta sotto lo zero (circa -0,2%) mentre la Finlandia arriva a quota 1,7%, l’Austria a 1,2%, e così via. E le tasse? «C’è la prova che tasse più alte sulle imprese possono ridurre l’imprenditorialità e la attività di ricerca e sviluppo, sfociando in un impatto negativo sul Tfp», dice Bruxelles, e le cifre confermano spietate: nel 1994 l’Italia ha una tassazione media vicina al 47%, e fra il 1994 e il 2007 non riesce a far crescere il suo Tfp dell’1%, mentre la Finlandia supera nello stesso periodo l’1,5%. Cioé: non stavano male come il Portogallo o la Grecia, ma ad un certo punto abbiamo perso lo stesso il contatto con le locomotive di testa, a cominciare da quella tedesca. La Commissione ha naturalmente qualche spiegazione da proporre per questi malanni: ad esempio, ma questa non è poi una novità, hanno marciato meglio le poche nazioni come la Germania, dov’è stato maggiore il contributo di capitale originale dalle industrie ad alta tecnologia (ottica, elettronica, comunicazioni digitali in genere), e maggiori anche gli investimenti dedicati alla ricerca e allo sviluppo. Le tabelle rivelano anche qualcosa di più: i Paesi delle ultime file non hanno solo investito meno in ricerca e alta tecnologia, ma nelle loro economie è cresciuto nel tempo il capitale prodotto dalle industrie e dai settori meno avanzati, e questa è una ricetta sicura di rallentamento, di affanno. Testuale, e anche doloroso per orecchie e occhi italiani: «Nella maggior parte delle nazioni dell’euro, il contributo alla crescita fornito dal capitale delle industrie ad alta tecnologia è andato sempre più deteriorandosi negli ultimi anni del periodo pre-crisi (2004-2007) specialmente nei Paesi il cui il fattore Tfp declinava, la Spagna, il Portogallo e l’Italia”). Ed è come il classico gatto che si morde la coda: «Gli insufficienti investimenti nelle industrie ad alta tecnologia potrebbero essere un’importante spiegazione per il deludente andamento».

Vale anche la controprova, quasi lapalissiana, che ancora una volta cita l’Italia: «I Paesi che spendono di più nella ricerca e nello sviluppo tendono a esibire più alti tassi di crescita nel loro Tfp. Quelli che invece hanno speso nella ricerca una parte minore del proprio Pil (ad esempio Spagna, Portogallo, Italia), hanno anche avuto un minore tasso medio di crescita durante il periodo che ha preceduto la crisi». Dunque più o meno nei primi anni Duemila, e nel 2005-2007: il batterio viene da lontano.

Volgendosi ancora agli inizi della malattia, ma parlando dell’impatto diretto sui borsellini della gente, la Commissione rileva che «l’andamento dei redditi pro-capite nell’Eurozona ha rallentato fin dalla metà degli anni ‘90. Ciò riflette principalmente i bassi tassi di crescita in alcuni Paesi all’inseguimento degli altri (Grecia, Spagna, Portogallo), ma riguarda anche alcuni Paesi con nun reddito pro-capite più alto che nella media della zona euro: per esempio, l’Italia».

 

Fonte:
Corriere della Sera