Home Quem somos Legislação Estatuto Mensagem do Presidente Contato

São Paulo, 11 Dezembro 2018 - 09:31 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 11 Dicembre 2018 - 12:31
Aposentadoria/Pensioni
- INPS
- INSS
- Acordo Internacional
Cidadania Italiana
- Orientação
- Traduções
- Trentini/Sammarinesi
Destaques
Notícias
Links Úteis
Informações
- Brasil
- Itália
LE CONTRADDIZIONI DEL BRASILE
 
 
 
 

Il Brasile conta molto in un subcontinente che conta poco. Domina il Sudamerica, spazio secondario nel planisfero geopolitico presente e passato.

 

 

 

È uno Stato di dimensioni continentali al centro di quell’America Minor, tra Rio Grande e Patagonia, che vista da Washington resta periferia imperiale. Può dunque sentirsi “gigante per sua propria natura”, come vuole l’inno nazionale, e insieme soffrire del “complesso del bastardino”, stigma coniato sotto l’effetto della “Hiroshima brasiliana”: il Maracanaço, l’inconcepibile sconfitta casalinga contro l’Uruguay nella finale della Coppa del Mondo del 1950, quando l’intera nazione precipitò dalla festa al lutto.

 

 

Essere il centro di una periferia implica qualche sbalzo d’umore. A seconda delle fasi e delle occasioni l’accento cade sul primo o sul secondo riferimento. Il saggista José Miguel Wisnik è arrivato a stabilire una legge storica, per cui «la memoria collettiva brasiliana è demarcata e suddivisa (…) dalle Coppe del Mondo di calcio». Il gioco è la realtà. Spiega Wisnik: «Invece di sottoporre il piacere alla prova della realtà, è la realtà a essere sottoposta alla prova del piacere». Vittorie e sconfitte calcistiche ritmano la storia del Brasile. (…)

 

 

«Una squadra brasiliana all’attacco - ciò che fa quasi sempre - sembra una banda di ballerini a carnevale. I giocatori sono talmente intossicati dalle proprie brillanti manovre da dimenticare talvolta che scopo dell’esercizio è segnare gol».

 

 

Così Henry Kissinger, con il pragmatismo strategico e la competenza calcistica che lo distinguono, coglie fascino e limiti dell’approccio brasiliano al futebol, dunque alla realtà. Tale diagnosi si può applicare con profitto alle stagioni di crescita dell’economia e quindi delle ambizioni geopolitiche del Brasile - come durante i sei anni del “miracolo brasiliano” (1967-73), quando il pil crebbe a tassi superiori al 10% - regolarmente finite in coda di pesce.

 

 

Intossicati dal successo, invece di cavalcare l’onda per incardinare nel corpo sociale e politico del paese le fondamenta di un progresso duraturo, i brasiliani cedono all’autocompiacimento, quasi una regia interiore li inducesse a riprodurre schemi e atteggiamenti destinati a negare entrambi i princìpi ricamati sulla bandiera verdeoro: Ordem e Progresso. Sintesi del motto di Auguste Comte - «l’amore come principio, l’ordine per base, il progresso quale scopo» - il cui positivismo fondato sull’indagine razionale delle leggi sociali non pare aver troppo penetrato la mentalità brasiliana.

 

 

Certo, sotto la pressione degli eventi, di tanto in tanto i leader promettono svolte epocali. Il presidente Juscelino Kubitschek (1956-61), che legò il suo nome alla fondazione di Brasilia, varò l’ambiziosissimo piano di riforme “Cinquant’anni in cinque”, neanche camminasse sulle acque. E la presidenta uscente, Dilma Rousseff, incalzata dalle proteste dello scorso giugno, si è lasciata scappare la promessa di un’assemblea costituente di cui si sono perse le tracce.

 

 

Ma gli annunci non fanno politica. Di qui il senso di frustrazione che offusca il cielo sopra Brasilia dopo i memorabili anni di Lula, nel segno della crescita, della perequazione sociale e del protagonismo internazionale. Il rallentamento dell’economia, le fiammate inflattive, gli scandali politici e gli scontri di piazza che colorano di tinte scure la parabola finale del primo (ultimo?) mandato di Dilma, precipitano il paese nella prigionia del già visto. (…) Sopra tutto e prima di tutto, la radice razziale delle diseguaglianze sociali.

 

 

Quando Pelé condusse la Seleção al trionfo mondiale di Città del Messico, si volle attribuire alla “perla nera” il compimento dell’integrazione dei brasiliani d’ascendenza africana, avviata dalla principessa Isabela nel 1888 con l’abolizione della schiavitù.

 

Eccesso di ottimismo. Vari decenni più tardi, la stella massima della Seleção dopo (lui dice prima) Pelé, Ronaldo, ha spiegato che il razzismo resiste, eccome, «e quando ero nero ne ho sofferto anch’io».

 

Tradotto: adesso non sono più colorato, perché sono ricco.

 

Fonte:
Limes