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São Paulo, 15 Dezembro 2018 - 19:04 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 15 Dicembre 2018 - 22:04
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RAPPORTO MIGRANTES: 94 MILA EMIGRATI DALL’ITALIA NEL 2013. UN NUOVO INCREMENTO DEI FLUSSI MIGRATORI CHE FA RIFLETTERE
 
 
 
 

Il 7 ottobre 2014 è stato presentato a Roma il “Rapporto sugli Italiani nel Mondo” pubblicato dalla Fondazione Migrantes ed i dati che vi sono riportati ci dicono come, il nostro Paese,  sia nuovamente un Paese più di “partenze” che di “arrivi”.
    Nel 2013 infatti sono partiti 94.126 italiani con un aumento del 16% rispetto al 2012 e l’aumento delle migrazioni corrisponde all’incidenza della gravità della crisi economica che sta attanagliano l’Italia dal 2008 ad oggi in modo sempre più cruento.
    Esaminando infatti la progressione degli espatri emerge che nel 2011 erano 60 mila, nel 2012 ben 80 mila e nel 2013 vi è stata un’ulteriore crescita di 14 mila unità. Di questo passo si arriverà ben presto ai 100 mila emigrati durante il corrente anno se non, addirittura, si supererà questa soglia.


    Il rapporto indica che 4.482.115 italiani risultano iscritti all’AIRE al 1° gennaio 2014 con un aumento di 141 mila unità in un solo anno, 94.126 sono stati gli espatri nel 2013 con un incremento del 16,1% rispetto ai 78.941 del 2012.
    Ora scopriamo quali sono le mete dell’emigrazione italiana e le destinazioni preferite dai nuovi emigrati.
    Ben 12.933 hanno scelto come destinazione il Regno Unito infatti la Gran Bretagna è la meta preferita; segue poi la Germania con 11.731 emigrati, la Svizzera con 10.300 ed infine la Francia con 8.402.


    Chi sono i nuovi emigrati ? Partono più uomini che donne e l’età di chi parte si attesta per il 36,2% tra i 18 ed i 34 anni e per il 26,8% tra i 35 ed i 49 anni.
    Occorre precisare però che non tutti quelli che emigrano si iscrivono all’Aire e quindi può esseri una variabile di crescita del dato che non è quantificabile ma farebbe parte del medesimo.
    Il dato del 2013 di 4.482,115 cittadini italiani iscritti all’Aire registra un incremento di 141 mila unità rispetto al 2012 . La gran parte delle iscrizioni, 2 milioni e 300 mila  sono relative agli espatri e 1 milione e 700 mila alle nascite.


    L’Argentina, e questo non ci stupisce se si analizza a ritroso la storia dei flussi migratori verso questa nazione, è il primo Paese di residenza con 725 mila unità seguita poi dalla Germania con 665 mila, dalla Svizzera con 570 mila, dalla Francia con 378 mila.
    A seguire ancora ci sono Brasile 332 mila, Regno Unito 223 mila,Canada 136 mila e Australia 134 mila.
 Per quanto attiene le donne emigrate, esaminando la percentuale sul totale delle unità considerate, emergono interessanti informazioni: numerose province, italiane hanno, infatti, più emigrate donne che uomini le quali si indirizzano verso l’Argentina.
Macerata e Trieste, in particolare, sono le prime due con il 51,1%; a seguire Fermo con il 50,7 %  e Pordenone con il 50,5 per cento.
Per quanto concerne i piemontesi emigrati residenti all’estero essi sono 232.215 con un incidenza, sul totale, del 5% .

Da dove partono i nuovi migranti e dove sono le Comunità più numerose di connazionali
    Dal Sud proviene poco più della metà degli iscritti all’Aire sia per nascita che per origine, ed il dato si attesta a 1 milione e mezzo, mentre dalle Isole provengono circa 800 mila unità.
    Il resto degli iscritti proviene, quasi equamente, dal Nord e dal Centro Italia.
    Se andiamo a verificare da quali regioni provengono le Comunità più numerose troviamo al primo posto la Sicilia con il 15% sul totale e d è seguita dalla Campania e dal Lazio. Nella fascia intermedia si colloca il Piemonte ed agli ultimi posti ci sono il Trentino Alto Adige, l’Umbria e la Valle D’Aosta.
    Volendo verificare da dove provengono i nuovi emigrati, aggregando i dati dei flussi, ci si accorge che gli italiani iscritti all`AIRE emigrati dal Friuli Venezia Giulia sono 162.203, di cui ben 81.600 sono donne, cioè il 50,3 per cento ed è l`unica regione d`Italia dalla quale partono più donne che uomini.
I minori emigrati sono il 18,8 per cento e di questi il 12,1 per cento ha meno di 10 anni. Il Regno Unito, con 12.933 nuovi iscritti all`inizio del 2014, è il primo Paese verso cui si sono diretti i recenti migranti italiani con una crescita del 71,5 per cento rispetto all`anno precedente.

Aumentano i frontalieri
    Sono sempre più numerosi i lavoratori provenienti dalla Lombardia, dal Piemonte, dal Trentino Alto Adige e dalla Valle D’Aosta , regioni confinanti con la Svizzera, che si recano a lavorare “oltre frontiera” e soprattutto in Canton Ticino una delle mete preferite.
    I lavoratori frontalieri , tra gli anni 2003 e 2008, sono passati da 33 mila a 41 mila sino ai 59 mila di oggi.
    Secondo l’analisi della Fondazione Migrantes, è aumentata anche la mobilità all’interno della stessa regione e tra regione e regione. Nel 2012 circa l’85% dei cittadini del veneto si è cancellato e poi successivamente reiscritto in altro comune della stessa regione.
    In Friuli Venezia Giulia, Lombrdia e Piemonte  la percentuale di questo tipo di mobilità varia tra l’80 e l’84%.
    Se poi verifichiamo i dati della mobilità transregionale vediamo che la Basilicata ed il Molise hanno un certo flusso di migrazione verso le regioni confinanti mentre Calabria e Puglia ripercorrono il modello migratorio degli anni ’60 e quindi i flussi si dirigono o al Centro o al Nord del Paese indirizzandosi verso Lombardia, Piemonte per quanto riguarda il Nord Ovest, Veneto ed  Emilia Romagna per il Nord Est e Lazio per il Centro.


    Le caratteristiche professionali di chi parte sono disparate ma l’alta scolarizzazione si attesta sempre di più come indice prevalente tra coloro che decidono di espatriare.
    Secondo un’analisi dell’Associazione Coldiretti, realizzata in contemporanea con quella della Fondazione Migrantes, un giovane italiano su due  paria l 51%, è pronto a trasferirsi all’estero per trovare quel lavoro che in Patria nemmeno si sogna più di trovare e questo accade perché il nostro Paese è ritenuto dai più “fermo” (19%), privo di decisionalità, con troppe tasse una farraginosa burocrazia e una mancanza di meritocrazia (17%).
    Già i giovanissimi , tra i 18 e 19 anni, sono ben intenzionati ad andarsene al più presto e questa voglia di partire cresce di pari passo con l’aumento del grado di istruzione.
    Una lucida analisi del fenomeno, come commento al Rapporto Migrantes, scritta da Irene Tinagli, Docente di economia delle imprese all’Università Carlos III di Madrid e deputato di Scelta Civica, è stata e pubblicata l’8 ottobre scorso dal quotidiano “La Stampa” .


    Ella scrive che “L’internazionalizzazione del <capitale umano> è una componente ineludibile del più ampio complesso di globalizzazione in atto ormai da quasi trent’anni.”
    Sottolinea come, così come sono stati internazionalizzati i processi produttivi e le tecnologie si è internazionalizzato il movimento delle persone nel contesto mondiale ma rileva che, considerato anche che molti nostri talenti hanno scelto di andarsene dall’Italia, le comunità dei nostri connazionali sono sempre più numerose.
    Analizzando lo stato d’animo dei componenti le medesime, confermando quanto si è avuto modo di scrivere in molti altri articoli commentanti i dati che descrivono questa crescita del fenomeno migratorio in modo esponenziale così come successe dopo il Secondo Conflitto Mondiale, la docente parla di “senso di rabbia”.
    Direi che questo stato d’animo è una caratteristica amara che accompagna i nuovi emigrati e li fa sentire “orfani” di uno Stato che non ha saputo dare loro l’occasione per essere una parte integrante di se stesso.
    E quindi la “rabbia” che spinge alla scelta di andarsene via fa dei nuovi emigrati delle persone che non ambiscono certo a ritornare e che vogliono dimenticare le proprie radici per acquisire l’identità del paese che potrà loro offrire la possibilità di “esistere” e non di “sopravvivere” giorno dopo giorno senza futuro e senza prospettive sempre più incancreniti nella consapevolezza che il merito è solo un optional e la professionalità pure.
    La burocrazia più che lumaca e farraginosa che impedisce l’accesso ai concorsi pubblici, della cui “limpidezza sfalsata” molti sono consapevoli, la mancanza o inadeguatezza di strutture per sintonizzare domanda ed offerta che dovrebbero costituire bacini in grado di soddisfare chi cerca lavoro e chi lo vuole offrire, e la frammentarietà poco organizzata della loro gestione pubblica, tolgono ogni speranza a chi, dopo numerosi tentativi di vivere e lavorare a casa propria, prende la valigia e parte.
    Alla rabbia poi si associa molto spesso il rancore verso le Istituzioni e la decisione di tagliare i ponti con il proprio Paese per sempre. I nostri vecchi emigrati hanno sempre portato con se, oltre alla ben nota “valigia di cartone” un bagaglio ancora più importante: la nostalgia della Terra che erano costretti, o avevano scelto di abbandonare; i nuovi emigrati non hanno nessuna nostalgia di ciò che lasciano, anzi !
    Riprendendo l’articolo della prof. sa Tinagli ella suggerisce diverse chiavi di volta che però dipendono dal Paese, dallo Stato e dai suoi governanti e dalle scelte che essi dovranno fare e prestissimo.


    Solo cambiando il sistema, afferma, si potrà avere un capovolgimento di questa tendenza alla fuga ma, i cambiamenti vanno effettuati in diversi ambiti e non in modo frammentario ma radicale, pezzo per pezzo: se così si farà i nostri emigrati torneranno.
(n.d.r. Si consiglia la completa lettura dell’articolo sul sito de “La Stampa” http://www.lastampa.it per le soluzioni che in esso sono contenute e per i suggerimenti nel dettaglio che non si possono riassumere in modo empirico se non naturalizzandoli)

Certo si è che, le soluzioni suggerite, possono rappresentare per il nostro Paese, abituato a muoversi come una tartaruga, al “ponderamento maniacale dell’assunzione di una decisione”, al “sereno confronto”, al “puntuale dibattito”, “alla ricerca di mediazione costante” “all’assunzione comune di decisioni condivise” , non dalla gente però, all’ossessivo pervenire ad una “scelta che accontenta le parti” un vero e proprio TRAUMA.
E quando si scrive Paese si intende quell’ organigramma politico amministrativo e burocratico che ne gestisce le sorti con “mutevolezza immutata “ e che ama troppo sovente, temporeggiare anziché decidere.


Una volta un vecchio medico condotto, quelli che nei piccoli paesi erano una vera autorità, disse una frase che mi mandai a mente; preso dalla necessità immediata di dover amputare il dito indice della mano destra, ormai infettato perché curato con medicazioni insufficienti, ad un contadino che ne reclamava la necessità chiedendo un altro consulto con una medico di città, disse a chi gli chiedeva una spiegazione a una decisione così rapida: “Se aspettiamo ancora un po’ altri pareri va a finire che il malato crepa nel frattempo. Se taglio il dito il malato vive”.
Strano mi sia venuta in mente questa storiellina proprio ora ma mi pare che il “malato Italia” stia assai peggio di quello cui il vecchio medico salvò la vita amputandogli il dito!
I suggerimenti che fornisce la nostra Docente, anche lei all’estero, sono argomentati in modo dettagliato ed articolato ma, se non sono radicali come quella del medico, sono comunque molto incisivi.
Dobbiamo però mettere in conto che ci vorrà un lasso di tempo non indifferente perché producano i loro effetti e, soprattutto, ci vorrà ancora più tempo affinché, di questi effetti benefici, prendano atto i nostri emigrati che, nel frattempo, hanno creato la loro nuova vita in un altro paese, hanno li nuovi affetti, una famiglia, amici, condizioni di vita che ritengono ottimali, strutture sanitarie ed assistenziali in grado di essere chiamate tali, strutture per il tempo libero, una casa ed una nuova identità.
Per ritornare dovranno avere la certezza di trovare un

Paese nuovo che sia in grado di dare non solo tutto ciò che hanno trovato dove sono andati a vivere, ma anche qualche cosa di più: la voglia di ricominciare a farlo nella Terra dove sono nati dimenticando la rabbia che si sono portati nel cuore lasciandola ed il rancore profondo che hanno provato, verso di essa, andandosene.
I fattori economici sono preponderanti nella decisione di emigrare ma in fattori emozionali vengono subito dopo, se non di pari passo; se, per risolvere i primi, è sufficiente trovare un buon lavoro che sia in rapporto con il titolo di studio e con la professionalità acquisita offrendo, di conseguenza un buon guadagno, per far pace con l’inquietudine determinata dai secondi è molto più difficile e problematico.
Credo che sia fondamentale dare una nuova FIDUCIA; con i fatti e non a parole, a chi ha deciso di partire ed a chi è già andato via, con fatti concreti e non solo con le parole perché, dicevano i saggi latini: “Verba volant, scripta manent” ed i fatti concreti sono quelli che contano per far cessare quest’esodo che si incrementa di anno in anno, inesorabilmente.

Fonte:
Paola Alessandra Taraglio