Un Paese sospeso, che sente il peggio ormai alle spalle ma per sicurezza aspetta la fine della crisi e continua quindi a mettere in atto strategie di sopravvivenza “liquida”. Che non sa sfruttare le sue potenzialità, si tratti del patrimonio culturale o dei giovani laureati. E che inevitabilmente ancora guarda con inquietudine al futuro. È un`immagine amara quella che restituisce il Censis nel suo 48esimo Rapporto sulla situazione sociale dell’Italia. Dove al capitale “inagito” o dissipato, si somma una deflazione che non è più solo economica ma anche delle aspettative. Uno “sgonfiamento” che, dopo sette anni di crisi, porta a quello che il Centro studi definisce “un attendismo cinico”. Si fa insomma strada la convinzione che il picco negativo sia alle spalle: quasi un italiano su due ne è convinto, mentre l’anno scorso gli ottimisti erano solo un terzo del totale. Ma continua a prevalere l’incertezza, che porta a un cash di tutela, tanto che quasi la metà delle famiglie seguitano a destinare il proprio risparmio per fronteggiare possibili imprevisti. “La parola d’ordine è tenere i soldi vicini per ogni evenienza, ‘pronto cassa’” sintetizza il rapporto. Così, mentre si acuiscono le disuguaglianze sociali e aumenta la povertà, in alcune periferie il degrado è tale che diventa concreto il rischio di disordini sociali come nelle banlieue parigine.

L’incertezza contagia in particolar modo gli under 35: il 43 per cento si sente inquieto (+14 per cento della media nazionale) e solo il 12 per cento al sicuro (-5 per cento). Difficile d’altronde che possa andare diversamente, considerata la dissipazione di capitale intellettuale. Non riusciamo ancora a ottimizzare i nostri talenti, osserva infatti il Censis: agli oltre 3 milioni di disoccupati (per metà 15-34enni) si sommano quasi 1,8 milioni di inattivi perché scoraggiati. Inoltre ci sono 3 milioni di persone che, pur non cercando attivamente un impiego, sarebbero disponibili a lavorare. Per non parlare dei neet - che non studiano, non lavorano né cercano un impiego - 600 mila in più rispetto al 2007 (attualmente sono quasi due milioni e mezzo) e del capitale umano sotto-inquadrato, che ormai riguarda un lavoratore su cinque. E non va meglio su quello che dovrebbe essere il “giacimento petrolifero” per eccellenza: il patrimonio culturale. Non solo il numero di lavoratori nel settore (304 mila, l’1,3 per cento del totale) è meno della metà di quello di Regno Unito (755 mila), Germania (670 mila), Francia (556 mila) e Spagna (409 mila) ma ha un valore aggiunte anche molto inferiore ai nostri vicini: 15,5 miliardi contro i 35 di Berlino e i 27 di Parigi. Ma i segni di vitalità non mancano e vengono proprio dai “nuovi italiani”: nei sette anni della crisi, le imprese con titolare extracomunitario sono aumentate del 31,4 per cento, mentre quelle gestite da italiani sono diminuite di un decimo.

 

Fonte:
Il Velino