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São Paulo, 29 Abril 2017 - 08:25 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 29 Aprile 2017 - 11:25
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IL GIOCO DELL’OCA DELLE PENSIONI
 
 
 
 
La crisi greca in un solo giorno ha fatto bruciare almeno il doppio delle risorse necessarie per salvarla. Tanto valeva  regalarle quanto chiedeva e non se ne parlava più. Una vittoria della finanza utopistica e trascendente che bisogna assolutamente imitare. Non si vede perché i lavoratori italiani debbano andare in pensione a 67 e passa anni per consentire in   altri paesi, difesi a spada tratta da molti pensatori ed improvvisati economisti, di poterci andarci prima dei 60 anni.

. Tuttavia non si vede altresì perché ci siamo dovuti limitare nell’applicare la sentenza che ha dichiarato illegittimo il blocco della perequazione, restituendo briciole solo all’1% della platea degli aventi diritto. Costava troppo,  si è detto, circa 19 miliardi. E perché farsi condizionare da questo dettaglio e non presentare il conto alla Comunità Europea conditi con gli stessi argomenti di chi giudica mostruosa e disumana la condotta dell’Eurozona?
Questo è solo una sintesi dei pensieri  che attraversano, al momento gran parte degli italiani. Frastornati e non sempre sulle idee chiare su come sta la situazione, come funziona la moneta unica, cosa è successo, di chi è la colpa e se è stata l’arroganza di una parte o la supponenza dall’altra, hanno la sensazione di essere tornati al punto di partenza. La spesa pensionistica greca è del 17% del suo Pil, quella italiana il 15%, la media europea del 14. Ma composizione della spesa non è omogenea per cui il raffronto fra queste percentuali può essere fuorviante.

Sembra il gioco dell’oca con approdo alla casella dello “scheletro”.
Il gioco in questione si effettua con un tabellone sul quale è disegnato un percorso,   composto da varie caselle, contrassegnate con numeri o altri simboli. I giocatori avanzano secondo il punteggio ottenuto con il lancio di una coppia di dadi. Vince chi raggiunge per primo l’ultima casella. Le caselle con il disegno delle oche (da cui il nome del gioco) consentono di spostarsi subito in avanti. Altre caselle come il ponte, il pozzo, la prigione invece fanno arretrare. Se si finisce nella casella dello “scheletro”,  si paga la posta e si torna punto di partenza.
Questa  è esattamente la situazione in cui ci troviamo ed il tonfo della borsa di lunedì ci ha fatto pagare  una salatissima posta. Solo che i dadi non gli abbiamo giocati noi, ma un soggetto esterno.
Ora mentre il governo non ha istituito nessuna unità di crisi, limitandosi a dire che la questione non ci tocca ( ma la borsa di Milano lunedì ha perso il 17.1%!), e la Covip non dà nessuna disposizione,  fortunatamente gli amministratori dei fondi mantengono  la calma sul il rischio di contagio da un’uscita per default   della Grecia dalla zona euro, confidando sulla credibilità della Banca centrale europea (BCE) e il suo programma “quantitative easing” (QE) che prevede un arresto alla crescente volatilità.

I negoziati tra la Grecia e la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale (FMI) e la BCE si trovano di fronte a una battuta d’arresto di sei giorni in attesa del risultato del  referendum e un tentativo di fare un accordo prima è stato stoppato dalla Merkel.
Nonostante che lo spread sia schizzato in alto per paesi come l’Italia, la Spagna ed il Portogallo, gli esperti non credono che un default della Grecia avrebbe ulteriori ripercussioni sul mercato dei titoli, e le perturbazioni di lunedì dovrebbero essere riassorbite.
I rendimenti del debito greco sono saliti al 13.94% da venerdì – e, se il Paese vota No il 5 luglio, l’ uscita della zona euro diventa molto molto probabile.
Giova ricordare che circa l’80% del debito pubblico greco è con il FMI e la BCE, situazione che dovrebbe proteggendo i mercati privati.
I rendimenti del debito spagnolo e italiano potrebbero aumentare fino a 3 punti percentuali. Un danno enorme per queste economie ancora convalescenti. In Italia sarebbe una spesa di circa 10 miliardi che verrebbe sottratta, in primo luogo, alla riforma delle pensioni.

Volente o nolente, nonostante le assicurazioni del buon Padoan bisognerà assestare, modificare alcune linee di politica economica e previdenziale.

Paradossalmente la Grexit minaccia le pensioni, ma non quelle greche, bensì quelle italiane, perché di fatto blocca tutto quel lavorio in atto da mesi per cambiare alcune regole della Fornero e modificare la complementare. L’8 luglio il ministro Boeri che ordinariamente si presenta come presidente dell’Inps renderà note le sue proposte per la riforma delle pensioni precisando che le migliorie, come la flessibilità in uscita, deve trovare compensazioni all’interno del sistema previdenziale.
Nel breve periodo non cambia niente sull’attuale sistema pensionistico. I principi base su cui si regge non sono stati dettati dall’Europa, anche se da questa caldamente auspicati, ma nascono da una precedente crisi ormai dimenticata del 1992 e concretizzatesi nella riforma Dini del 1995. Da quella data il sistema è auto equilibrantesi. I successivi interventi, fino alla legge Fornero sono stati effettuati solo per fare cassa, per riportare il disavanzo complessivo italiano al 3%, non perché il sistema  previdenziale fosse  squilibrato.
Ad agosto festeggiamo  i 20 anni della legge 335/95, ma non ci saranno fanfare né fuochi d’artificio.
La legge Dini fu necessitata da due motivi, il primo dovuto dalla evoluzione della curva  demografia con l’allungamento della vita media. Le pensioni dovevano essere pagate per più anni, il cosiddetto longevity risk, il secondo dal mutato mercato del lavoro, a sua volta  determinato dalla fase post industriale, dalla robotizzazione della produzione e dall’immissione dell’informatica, nonché l’irrompere sui mercati economici dei paesi emergenti  a causa del loro basso costo del lavoro.
In più dobbiamo metterci l’inizio di quel fenomeno, che nato in sordina come eccezionale poi è divenuto ordinario, almeno finora: la precarizzazione dei rapporti di lavoro. Ora con il “giob att” i lavori sono finalmente stabili, ma si può licenziare in qualsiasi momento ( cioè peggio di prima).
Questi mutamenti hanno comportato il restringimento della base contributiva da cui attingere per il pagamento delle pensioni. Meno contributi, vita più lunga, uguale riforma del sistema pensionistico.
Riforma che abbiamo subìto o accettato perché non c’erano altre soluzioni.
Per compensare le diminuzioni dell’assegno pensionistico è stata introdotta la previdenza complementare, su base volontaria e resa appetibile da alcuni parziali incentivi fiscali.
Ora i pensionati che speravano in una rivisitazione della Dini a loro favore nel ventennale della sua promulgazione, devono stare nuovamente sul  chi vive e ritorna lo spettro dell’indebita sottrazione del peculio.
Infatti da una parte non hanno avuto gli arretrati della perequazione perché considerati “abbienti” in quanto titolari di una pensione superiore a tre volte il minimo Inps, dall’altra parte saranno nuovamente sotto la minaccia del ricalcolo della loro pensione con il sistema contributivo. Infatti quando Boeri parla di risorse da trovare all’interno del sistema pensionistico, si riferisce essenzialmente a questo. Il ricalcolo porterebbe ad una diminuzione media delle pensioni dal 20 al 30%. Lo stesso che si chiede ai greci. Solo che in quel caso la decurtazione suscita indignazione o pietà, nella fattispecie italiana, applausi e convinta condivisione.  Oltre il danno la beffa, perché così facendo, le loro pensioni andranno sotto la soglia di 3 volte il minimo Inps senza vedersi accreditato un euro  degli arretrati della perequazione.
Purtroppo siamo di fronte ad un governo che quando deve prendere è rapido ad agire, non altrettanto quanto deve dare.


Camillo Linguella

 

Fonte:
Finanza.com