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RENATA POLVERINI INTERVISTATA SU LABITALIA
 
 
 
 

È la prima e unica donna a capo di un sindacato in Europa. Quarantenne, ha fatto la gavetta all’interno del mondo sindacale fino ad arrivarne al vertice: è Renata Polverini, eletta all’inizio 2006 segretario generale dell’Unione generale del lavoro.

L’Ugl, nato nel 1996 dalle ceneri della Cisnal, è l’unico sindacato confederale che fa riferimento alla destra, con gli oltre due milioni e trecentomila iscritti è la terza forza sindacale dopo Cgil e Cisl, ed è in crescita di iscritti e di consensi nei luoghi di lavoro.

A poco più di un anno dalla sua elezione, Polverini accetta un colloquio a 360 gradi conLabItalia. Ci dice che per una donna è più difficile essere al vertice perché è necessario continuamente dimostrare il proprio valore; che il sindacato è più avanti della politica sulla questione femminile, e di essersi convertita alle “quote rosa”, anche se nell’Ugl non esistono. Il segretario dell’Unione generale del lavoro non si nasconde e dice che la sua confederazione è equidistante dai governi e li giudica da quello che fanno, rivendica i sei scioperi contro il governo Berlusconi e di essere stato il primo sindacato a scendere in piazza contro l’esecutivo guidato da Romano Prodi; ma ci dice anche di puntare all’unità sindacale sui grandi temi nazionali «perché la coesione riesce a portare risultati più vantaggiosi per i lavoratori».

Renata Polverini, lei è la prima donna a guidare un’organizzazione sindacale in Italia e in Europa. Ma anche il più giovane segretario generale di un sindacato. Significa che in Italia forse sta cambiando qualcosa?

Nel nostro paese c’è una domanda di ricambio generazionale che però stenta a trovare risposte. L’Ugl, senza dubbio, ha fatto da pioniere in questo senso. Nella politica, invece, questa svolta al femminile ancora non decolla pienamente. Quello che è accaduto anche con la nascita del Partito democratico lo dimostra: troppo poco lo spazio alle donne. Viviamo in un paese in cui prevalgono modelli al maschile. Occorre scrollarsi di dosso un certo vittimismo che continua a persistere tra le donne e cercare, piuttosto, di fare squadra per avanzare di più nella vita pubblica.

Ci racconta in che modo è riuscita ad arrivare alla guida dell’Unione generale del lavoro?

La mia esperienza sindacale inizia fin da giovanissima. Mia madre era una sindacalista e più volte mi è capitato di partecipare a riunioni sindacali. Poi, con gli anni, ho maturato un interesse personale che si è concretizzato prima all’interno della Cisnal e poi dell’Ugl. Non è stato facile, mi sono impegnata a fondo per dimostrare che una donna in un sindacato può fare di più di quel che ci si aspetta. Ricordo ancora la prima volta che partecipai a un’assemblea di lavoratori metalmeccanici provando che la differenza di genere non conta quando devi rappresentare gli interessi dei lavoratori. Mi piace sempre ricordare, con una punta di orgoglio, che, quando si è fatta strada la possibilità di diventare segretario generale della mia organizzazione, ho riscontrato un importante sostegno e incoraggiamento proprio all’interno dell’Ugl, a cui si è aggiunto quello delle altre organizzazioni sindacali. E se all’inizio la novità può essere stata quella di vedere una donna alla guida di una confederazione sindacale, nel corso di quest’anno, incontrando i lavoratori,ho potuto constatare che a fare breccia è stato ancora di più il fatto che il leader dell’Ugl abbia poco di più di quarant’anni, e questo esercita un rinnovato appeal del sindacato verso tutti quei giovani che non si sentono più rappresentati da schemi e linguaggi troppo legati al passato.

Il fatto di essere donna l’ha aiutata oppure è risultato un ostacolo per la sua ascesa all’interno del sindacato?

Il limite dell’essere donna è che, a differenza degli uomini, si deve sempre dare prova delle proprie capacità. Anche una volta raggiunte certe posizioni, non si può abbassare la guardia ma continuare a provare con i fatti che quei traguardi sono frutto di un impegno e ottenuti con merito. Questo la nostra società agli uomini non lo chiede. Sono barriere culturali che si dovranno progressivamente superare e ciò dipenderà molto anche dalle donne stesse, se saranno in grado di non vivere il proprio essere donna come un ostacolo.

Quando si affronta la questione femminile è impossibile non parlare delle “quote rosa”. È favorevole o contraria alla loro introduzione?

In un primo momento mi sono pronunciata contro le quote rosa. Ma, alla fine, credo che nel nostro paese sia una via obbligata. Nell’Ugl le quote rosa non ci sono, ma la nostra organizzazione è stata capace di fare una riflessione interna, di credere nelle capacità di una donna e di portarla al vertice. Se guardiamo alla politica questo ancora non avviene. Il presidente di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini, nelle ultime elezioni ha dovuto imporre la presenza delle donne nelle liste del suo partito per aumentare la loro percentuale in Parlamento, e non senza qualche mugugno interno. È stato un primo passo verso uno sdoganamento che, a mio parere, richiederà ancora molto tempo.

Al congresso dell’Ugl che l’ha eletta segretario ha preso la parola anche Guglielmo Epifani. È la prima volta che un leader della Cgil parla ad un vostro congresso. Che cosa significa?

L’Ugl guarda sempre ai problemi dei lavoratori e al modo migliore per risolverli. Sui grandi temi nazionali che interessano i lavoratori, i pensionati e le famiglie, è evidente che l’Ugl si muove su un percorso che punta all’unità sindacale perché la coesione riesce a portare risultati più vantaggiosi. Poi è ovvio che ogni Confederazione segue una propria linea di azione, si fa forza dei propri valori e dei propri principi. Durante il governo di centrodestra abbiamo scioperato sei volte insieme alle altre confederazioni perché c’erano in ballo interessi rilevanti da tutelare. Ormai da anni l’Ugl firma contratti e partecipa a vertenze importanti insieme a Cgil, Cisl e Uil, segno che l’epoca dell’apartheid è finita da un pezzo. Anche perché sono cambiati i tempi. L’allora Cisnal si inseriva in un contesto storico e sociale ad alta tensione, in cui era difficile, se non pericoloso, fare sindacato al di fuori della cosiddetta Triplice. L’Ugl rappresenta una forza sindacale importante e che peraltro nell’ultimo anno è cresciuta ancora di più in termini di consensi nei luoghi di lavoro.

Che rapporti avete con il governo in carica? È cambiato qualcosa rispetto al governo precedente?

Eravamo autonomi con il governo Berlusconi, i sei scioperi lo dimostrano; non intendiamo fare sconti a Prodi. Finora siamo stati l’unico sindacato a scendere in piazza: contro la Finanziaria il 10 novembre a Roma c’erano oltre settantamila persone. Abbiamo rapporti con tutti i partiti, non c’è una pregiudiziale contro il governo, guardiamo alla sostanza delle proposte. E devo ammettere che, alla luce del programma con cui la coalizione guidata da Prodi si era presentata alle elezioni, avevamo riposto molte aspettative in un governo che ci attendevamo attento ai problemi sociali. Ora siamo delusi. Se Berlusconi aveva deciso di non fare concertazione,Prodi la invoca ma in più di un’occasione non l’ha tradotta in fatti.

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Fonte:
LabItalia