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São Paulo, 15 Dezembro 2018 - 19:01 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 15 Dicembre 2018 - 22:01
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BRASILE, IL COLONIALISMO DAL VOLTO UMANO CHE INSIDIA LE SUPERPOTENZE
 
 
 
 
«Dal primo giorno della sua presidenza Lula mi ha subito chiarito un punto: le nostre priorità in politica estera saranno la cooperazione Sud Sud e l’Africa, un tassello importante in questo cambiamento strategico». Queste parole, che mi rivolse l’allora ministro degli esteri brasiliano – oggi alla difesa – Celso Amorim quando, nel settembre del 2006, mi ricevette con una gentilezza pari alla simpatia nel suo ufficio, se all’epoca potevano sembrare un semplice desiderata oggi rappresentano una realtà. Per rendersene conto è sufficiente guardare i numeri.
 
Nel 2002, l’ultimo anno di presidenza di Fernando Henrique Cardoso (un socialdemocratico assai vicino a Washington e molto meno al Sud del mondo) l’interscambio commerciale tra Africa e Brasilia era fermo attorno ai 3,5 miliardi di euro. Dopo quasi un decennio di “ricetta Lula” – ovvero di presidenze del Pt, il Partito dei lavoratori dell’ex sindacalista e di Dilma Rousseff – l’interscambio afro-brasiliano è letteralmente esploso, raggiungendo la cifra record di 22,5 miliardi di euro nel 2011.

Ma non basta perché, come ha spiegato recentemente al quotidiano economico Valor il ministro dello sviluppo Fernando Pimentel, «se manteniamo un atteggiamento passivo in merito all’Africa siamo destinati a perdere terreno mentre dobbiamo ancora guadagnarne ». Chiaro il riferimento alla Cina, che guida con ampio margine su Brasilia gli investimenti esteri nel Continente nero tramite modalità assolutamente colonizzatrici e che, data anche la sua storia, al Brasile piacciono poco o nulla.

Quest’anno, per volontà espressa di Dilma e di Pimentel, i flussi commerciali, superata l’impasse del 2009 a causa della crisi generata dai subprime Usa, potrebbero superare quota 25 miliardi di euro. L’obiettivo di Brasilia, seppur non dichiarato, è questo. «I legami del Brasile con l’Africa sono tali, per storia e cultura, che quanto stiamo facendo è più di quanto non si sia fatto in passato, cioè quasi nulla, ma è ancora troppo poco», mi raccontava qualche mese fa Luiz Gonzaga Belluzzo alla cerimonia di premiazione delle Aziende più ammirate in Brasile, organizzata dal settimanale CartaCapital.

Belluzzo è attualmente tra i migliori economisti eterodossi verde-oro, è tra i più ascoltati presso il governo Dilma e, a ben guardare le potenzialità brasiliane in Africa, è difficile dargli torto. Del resto per capire che l’Africa è un continente speciale per il Brasile basta trascorrere una giornata a Salvador de Bahia. Non nell’antico palazzo del governo, dove i dipinti dei locali leader politici impressionano tutti per il pallore del volto e per la carnagione chiara, ma in strada.
Qui, camminando per il Pelourinho, il centro cittadino patrimonio storico dell’Unesco, o costeggiando la spiaggia, i legami con “mamma Africa” sono ovunque. Bahia è lo stato “nero” per eccellenza del gigante sudamericano, con una popolazione che nella capitale Salvador è afrodiscendente almeno nell’80 per cento dei casi. Qui i portoghesi fecero sbarcare a forza tra 1550 e 1850 almeno 3,5 milioni di schiavi provenienti da Guinea, la Costa d’Avorio, il Mali, il Congo, l’Angola, il Mozambico e il Benin, il paese che più contribuì suo malgrado a questa ignobile tratta. Molti morirono durante il viaggio, gli altri garantirono la manodopera all’Impero lusitano e, sino al 1888, quando venne abolita la schiavitù, anche al Brasile indipendente da Lisbona.
Anche per questo l’entrata verde-oro, sia commerciale che diplomatica, ha punti di forza e di appeal molto sui generis. Potremmo definire la presenza brasiliana in Africa un soft power dal volto umano, distante anni luce da quello neocolonialista cinese e anche dallo strong power statunitense. A marcare questa differenza ci sono fatti difficilmente controvertibili come l’apertura di un gigantesco impianto industriale in Mozambico per produrre farmaci generici anti Aids, una delle piaghe più laceranti dell’ex colonia portoghese e, più ancora, la recente creazione per volontà della presidente Rousseff del Gruppo Africa, dove 5 ministeri, dirigenti d’azienda e specialisti si riuniscono periodicamente per «approntare progetti generali per i singoli paesi, miscelando al business i benefici sociali per le popolazioni in loco.

Ma alla base dell’espansione del Brasile in Africa, oltre alla volontà di esplorare nuovi mercati, c’è anche l’orgoglio di un paese che in meno di 10 anni si è trasformato da una nazione che riceveva aiuti ad una che ora ne offre. Basti pensare che attualmente il 55 per cento del bilancio dell’Agenzia per la cooperazione verde-oro va all’Africa, per un totale di circa mezzo miliardo di euro.
 
Fonte:
Europaquotidiano
Paolo Manzo