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FRANCESCO FANTIN, SCERIFFO DI DIO NEL FAR WEST BRASILIANO
 
 
 
 
aprile 20, 2013 Piero Gheddo

«Cordiale e amico di tutti, ma soprattutto coraggioso. Padre Chico ha affrontato pistoleri, banditi, violenti, ubriaconi. E a tutti ha fatto conoscere l’amore di Cristo»

BrasilePadre Francesco nasce il 30 maggio 1923 a Riese-PioX (Treviso), da una famiglia profondamente religiosa con nove figli, due dei quali sacerdoti e due suore, tre ancora viventi: Giuseppe sposato a Verona, suor Virginia a Trento e suor Rita da più di mezzo secolo in California. Francesco è ordinato sacerdote del Pime (Pontificio istituto missioni estere) dal cardinale Schuster a Milano il 25 giugno 1950, è assistente e insegnante nel seminario Pime di Treviso e poi animatore vocazionale a Cervignano del Friuli dove stava sorgendo un altro seminario missionario. Nell’ottobre 1956 parte per il Brasile del sud, dove svolge attività pastorale in diversi stati brasiliani, San Paolo, Santa Caterina e Minas Gerais, pur richiamato alcune volte in Italia per brevi servizi come animatore vocazionale, a Treviso, Belluno e Chioggia.

Padre Luigi Confalonieri l’ha conosciuto bene in Brasile e così lo ricorda: «Era un ottimo sacerdote, con uno spirito missionario che lo portava al contatto diretto con la gente. Nelle zone rurali del Brasile le parrocchie sono vastissime, con decine di piccole comunità e cappelle, oltre alla chiesa nel centro più importante. Francesco aveva un bel carattere, cordiale e amico di tutti, sapeva ascoltare e parlare, amava visitare le famiglie, all’inizio a cavallo poi in moto. Pregava molto, si adattava a ogni ambiente e situazione perché era cresciuto in una famiglia povera con tanti fratelli e sorelle ed era abituato al sacrificio. Ovunque ha lasciato un buon ricordo perché portava la pace. Soprattutto, pregava molto ed era convincente quando parlava e istruiva. Era l’uomo giusto per le situazioni che richiedevano coraggio, fiducia in Dio e senso dell’autorità e della paternità. Negli ultimi quattro anni si era ritirato nella casa di riposo del Pime a Ibiporà nel Paranà e ha passato gli ultimi anni pregando e confessando quelli che venivano da lui anche per la direzione spirituale. È morto il 12 aprile 2013 ed è sepolto nel cimitero comunale di Ibiporà».
Il Pime è in Brasile dal 1946, ha fondato due diocesi in Amazzonia, Macapà e Parintins, ed è presente anche a Manaos e Belem; nel Sud Brasile numerose parrocchie nelle regioni interne degli stati di San Paolo, Paranà e Santa Caterina, passandole poi al clero diocesano. I vescovi hanno chiamato spesso i missionari per mandarli in parrocchie difficili e in difficoltà. Padre Francesco era il tipo adatto ed è stato protagonista in queste situazioni scabrose. Ne ricordo brevemente due perché l’ho visitato sul posto e gli ho fatto lunghe interviste.

Nel 1965 era viceparroco di Fraiburgo nello stato di Santa Caterina, che aveva fondato padre Biagio Simonetti, allora parroco. Nella parrocchia vicina di Lebon Regis (a 35 km, ma queste sono le distanze del Brasile) il parroco è scappato perchè minacciato di morte. Siamo in zona di foreste, pascoli con mandrie di vacche e pecore, strade in terra battuta, case di legno, paesaggi bellissimi che richiamano alla mente quelli di tanti film western, dove lo stato, nel 1966, era poco presente e la parrocchia era quasi l’unico punto di riferimento di gente molto religiosa, una terra di pionieri e di avventurieri. Il vescovo di Lajes vi manda padre Fantin, che mi raccontava: «La mia parrocchia conta 20.000 abitanti dispersi in un territorio vastissimo, con 75 comunità in cui c’è la cappella, le visito a cavallo. Uno dei miei compiti è di pacificare le famiglie e i villaggi, impedire vendette, sparatorie. Qui tutti girano armati. Un sabato pomeriggio stavo arrivando a cavallo da un giro, quando due uomini escono dal “boteco” (il “saloon” del Far West americano) di fronte alla chiesa e incominciano a insultarsi. Non faccio in tempo a intervenire, che uno dei due, con mossa fulminea, estrae la “faca” (coltellaccio) e la pianta nel petto dell’amico, là, davanti a me. Il figlio dell’ucciso, che sta uscendo dal “boteco”, vede il padre che crolla, estrae la pistola e ammazza l’assassino. Il vescovo aveva proibito di fare i funerali religiosi a chi aveva ammazzato un’altra persona. Quando il giorno dopo sono venute le due famiglie con i loro morti su due carretti, io mi sono ritirato in casa e ho mandato la superiora delle suore, una polacca che valeva almeno due uomini, ad avvisarli che il funerale non si poteva fare. La superiora è tornata a dirmi: “Hanno detto: dica al prete che il vescovo è lontano, ma lui è vicino e se non fa il funerale noi lo ammazziamo”. Le famiglie dei due morti si sono coalizzate, in piazza c’erano un centinaio di persone con pistole e fucili. Tutta gente che non scherza. Avevo una certa paura, perchè io sono venuto a Lebon Regis a sostituire il parroco che era scappato essendo stato minacciato di morte, perchè non voleva sposare bambine di 12 anni. Il vescovo mi aveva detto: “Tu sei straniero, a te non capiterà niente”. E invece mi son trovato nei pasticci varie volte».

«Quella volta – continua padre Fantin – mi sono presentato in piazza vestito con i paramenti della Messa e ho detto: “Va bene, portate pure i morti in chiesa. Lasciate le armi fuori e disponetevi a pregare. Faremo il funerale ma dopo una lunga preghiera per chiedere perdono al Signore. Ricordatevi che voi comandate fuori, ma in chiesa comando io”. Ho affermato la mia autorità. Così, mentre le due famiglie e i loro amici entravano, io sono andato in casa, ho pranzato e sono tornato in chiesa. Erano tutti in piedi ad aspettarmi. Li ho fatti stare in ginocchio, con una predica che non finiva più: ho parlato della morte e dell’inferno, ma anche della bontà e della misericordia di Dio che perdona, mentre noi non sappiamo perdonare. Poi ho recitato il rosario e altre preghiere. Siamo stati in chiesa da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Tutti stavano tranquilli a pregare e ascoltarmi, in prima fila c’erano i capifamiglia che avevano dato l’ordine di obbedire al prete. Nessuno si muoveva. Alla fine ho celebrato la Messa dei defunti e ho dato la benedizione ai morti. La mia fama si è sparsa in tutta la regione: sono diventato il “Padre Chico” (Francesco) che ha fatto stare in ginocchio i più famosi pistoleri e capibanda della regione».

briasile-2011Chiedo a padre Francesco se i suoi parrocchiani sono religiosi. Risponde: «Sono tutti battezzati e sposati in chiesa, hanno una religiosità popolare intensa ma anche superstiziosa. In fondo è buona gente, generosa, pronta ad aiutare chi è in difficoltà, ma vivono in posti di pionieri, di briganti, di sbandati che vengono anche dall’Argentina e dal Paraguay per sfuggire la legge. D’altra parte, dalla Chiesa hanno ricevuto poco. Non c’è mai stata vera evangelizzazione. Negli anni cinquanta, c’era un parroco che girava con due pistole ai fianchi e aveva due giovanotti grandi e grossi, buoni tiratori, che gli facevano da guardaspalle. È una popolazione abbandonata, per forza di cose domina la violenza. Per dirti com’è la situazione, sono venuto a sapere che in una delle mie cappelle il presidente della cappella aveva ammazzato 14 persone: era il più forte del paese ed era normale che fosse lui il presidente. C’è voluta molta diplomazia e trattative per cambiarlo senza fargli perdere la faccia. Con l’aiuto di Dio e la cordialità con tutti, sono riuscito a far rispettare due regole precise: chi viene in chiesa deve lasciare fuori le sue armi: c’è una capanna con un custode che le tiene, le registra e le restituisce all’uscita. Secondo: nelle feste del santo in ogni paese, all’inizio della giornata le armi personali le requisisco io e le restituisco al termine della festa. Queste feste del santo sono il momento di ritrovo, arriva gente anche da lontano, c’è la Messa solenne, la processione, danze, gare di tiro alla fune e altri giochi. Ma a questi raduni popolari ci scappa sempre il morto o i morti. All’inizio tutti vanno d’accordo, poi bevono, si sfidano, si scaldano e si sparano o si accoltellano. Mi sono messo d’accordo con i capi di ogni paese dove si svolge la festa. Ho detto: “Se non deponete le armi, non celebro la Messa e non faccio passare il santo per le vie del paese”. Così, al mattino tutti sono controllati da alcuni “vigilantes” autorizzati e non possono tenere nemmeno un coltello. Le loro armi, debitamente registrate, sono messe al sicuro. Così le feste hanno cominciato a svolgersi senza sparatorie nè accoltellamenti. In uno di questi paesi un uomo mi diceva: “A memoria d’uomo non c’è mai stata la festa di San Sebastiano senza che ci fosse almeno un morto. Adesso sei venuto tu e hai fatto il miracolo”. Debbo dire che oggi tutti mi ringraziano. A dir la verità, diverse volte sono stato minacciato di morte e dormivo fuori casa per paura che venissero a prendermi. La mia casa in legno su palafitte è vicina alla foresta e non ha altre case intorno. Qualche volta mi sono salvato da chi voleva farmi del male, minacciando maledizioni: sono superstiziosi e alla benedizione del prete o alla maledizione ci credono. Una notte sono venuti tre ladri a rubare le due vacche che hanno le suore, che danno latte per gli orfani, perchè in casa ne abbiamo una ventina: sono orfani di pistoleri ammazzati. Le suore si sono accorte e hanno cominciato a gridare. Io mi alzo, prendo la pila e vado verso la casa delle suore. C’è la luna piena, è chiaro come di giorno. Incontro i tre che scappano senza aver potuto prendere le vacche: hanno paura che accorra la gente del paese e allora li ammazzano di botte. Ci vediamo sul sentiero e ci fermiamo a pochi metri di distanza: io di fronte ai tre che hanno le pistole in mano. Allora, prima che possano spararmi, alzo le mani e grido forte: “Se mi sparate vi do una maledizione con la mano sinistra e rimanete fulminati”. Il capo dei tre mi viene incontro con la pistola abbassata e mi dice: “Prete, lasciaci andare e non ti faremo niente”. Con tutta la fifa che ho in corpo grido: “Scappate pure nel bosco ma non tornate mai più da queste parti”».

Questo il padre Francesco Fantin, un vero missionario di Cristo. La seconda parrocchia in cui l’ho incontrato nel 1995 è quella di Frutal nel Minas Gerais. Nel 1987 il vescovo di Uberaba aveva chiamato il Pime per rimettere in piedi la parrocchia centrale della moderna città con 70.000 abitanti e due parrocchie. I religiosi, che vi lavoravano da 51 anni, si stavano ritirando e la riconsegnavano al vescovo in una situazione molto difficile. Negli ultimi otto anni tre sacerdoti avevano lasciato e uno era l’idolo dei giovani, lo scandalo era stato enorme, la gente era divisa, la parrocchia abbandonata, la casa parrocchiale spogliata di tutto. I primi tre missionari, Giorgio Pecorari, Giuseppe Negri (oggi vescovo di Blumenau in Santa Caterina) e Graziano Rota, hanno lavorato sodo per sette anni e poi nella parrocchia li hanno sostituiti altri tre del Pime, Benedito Libano (brasiliano), Francesco Fantin e Beppino Sedran. Quando all’inizio degli anni duemila la parrocchia è ritornata alla diocesi, i parrocchiani e il vescovo erano così contenti che ha tentato di trattenere l’Istituto, ma ormai i missionari avevano preso altri impegni. Troppo lungo raccontare come la parrocchia di Frutal è rinata, rimando al volume Missione Brasile – I primi 50 anni nel Brasile del Sud (1946-2006), che ho scritto per la Emi (pagine 384, euro 12).


Fonte:
Tempi