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São Paulo, 17 Dezembro 2018 - 15:09 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 17 Dicembre 2018 - 18:09
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IL BRASILE PERDE IL MUNDIAL DELL’ECONOMIA
 
 
 
 

Rio de Janeiro «O gigante acordou», il gigante si è svegliato, recitava lo slogan di una popolare marca di whisky. Era il 2011, il Brasile e i brasiliani si sentivano i nuovi conquistatori del mondo, proprio come quel gigante della pubblicità (“non più addormentato”) che a grandi falcate si dirigeva verso il mare. Due anni dopo le parole di quello spot sono diventate l’inno della protesta, ritmate nelle piazze dai giovani senza lavoro che contestano le misure economiche di un governo e le scelte sociali di una presidente (un tempo rivoluzionaria) che ha trasformato il sogno in incubo. Quattro anni consecutivi di bassa crescita. Per il gigante del Cono Sud che nel 2003 (con Lula) aveva iniziato una irresistibile marcia verso la ricchezza, diventando guida simbolica dei Brics, i nuovi paesi protagonisti dell’economia mondiale (Cina, India, Russia, Sudafrica e per l’appunto Brasile) e risposta (di successo) latina alle “tigri d’Asia”, la situazione non è delle migliori e le previsioni per il prossimo futuro non sono particolarmente rosee. Qualche segnale di riscossa c’è - lo ha riconosciuto anche il Fondo Monetario Internazionale nel suo annuale rapporto sul paese latinoamericano - e il Brasile resta meno vulnerabile all’instabilità del mercato globale rispetto ad altre economie emergenti (ad esempio India e Turchia). Ma con un’inflazione che non accenna a diminuire, le tasse sempre più alte, i servizi pubblici mediocri e una cronica

corruzione politica che non è mai stata debellata (e che coinvolge tutti i partiti) l’uscita dal tunnel appare ancora lunga. Con il rischio che i due grandi appuntamenti che attendono il paese (i mondiali di calcio nel 2014 e le Olimpiadi nel 2016) più che definitiva consacrazione a potenza economica mondiale e grande festa popolare (annunciata da anni) possano diventare un’occasione storica mancata. Quanto successo nel giugno scorso durante la Confederations Cup (prova generale dei mondiali), quando il Brasile - di fronte alle telecamere di tutto il mondo - è stato percorso da un’ondata di proteste massicce dal sud al nord del paese (oltre un milione di persone in piazza), potrebbe anche ripetersi e non bastano le assicurazioni di Dilma Rousseff (che all’inizio del 2011 ha ereditato il governo da Lula) per risolvere i problemi. Erano quasi due decenni che il Brasile non viveva un momento di crisi sociale come quella di giugno, occorre risalire ai tempi della grande iperinflazione (1994) per trovare qualcosa di simile. Grazie al ‘Piano Real’, con l’adozione di una nuova moneta e una nuova drastica politica economica, con i programmi anti-povertà e i primi tentativi di diminuire storiche diseguaglianze sociali, negli otto anni di governo di Fernando Henrique Cardoso ebbe inizio (sia pure tra molte difficoltà e contraddizioni) la rinascita del gigante del Cono Sud. Che nei successivi otto anni Lula fece diventare una reale potenza, non solo regionale. Nel suo rapporto l’Fmi ha esortato Brasilia a intensificare i suoi sforzi per mantenere a freno l’inflazione. Che nel luglio 2013 ha raggiunto il 6,27 per cento (vicino al tetto massimo che si era imposto il governo, 6,5) e ad agosto è comunque rimasta sopra il 6 per cento, nonostante la Banca Centrale abbia di nuovo alzato i tassi (che sono ora al 9 per cento) per contenerla. Se a questo si aggiunge il fatto che il tasso di crescita del Pil brasiliano nel 2013 sarà secondo le previsioni più ottimistiche del 2,5 per cento (ma potrebbe andare anche molto peggio), invece del 4 per cento previsto inizialmente, si può capire perfettamente perché il Fondo Monetario abbia chiesto alla Rousseff “sforzi omnicomprensivi per incrementare la produttività e la competitività, aumentare gli investimenti e il risparmio interno, migliorare il meccanismo di indicizzazione dei salari minimi e continuare a riformare il sistema pensionistico”. Nonostante questi numeri il confronto del Brasile con altre economie (vedi quelle europee) resta ancora saldamente in attivo, e grazie alle sue potenzialità ancora non espresse in un futuro a medio e lungo termine che possa diventare stabilmente una delle grandi potenze mondiali non è affatto improbabile. Con una popolazione che negli ultimi sessanta anni è quadruplicata (da 50 a 200 milioni di abitanti), con le immense risorse minerarie di un sottosuolo in gran parte ancora da utilizzare (compresi giacimenti di petrolio “off shore”), una produzione industriale che (tolte le eccezioni degli ultimi anni) è cresciuta a tassi superiori al 5 per cento, il Brasile è già un paese molto ricco. E a differenza delle “tigri asiatiche” dove le grandi masse non hanno ancora raggiunto un benessere e una qualità della vita come quella dei paesi occidentali, si è ormai strutturato un ceto medio benestante e una piccola borghesia che lentamente abbandona (o trasforma) le ‘favelas‘ di un tempo. Dilma Rousseff ama ripetere spesso che da quando è al potere sono stati creati 4 milioni di nuovi posti di lavoro, ma negli ultimi tempi la macchina della crescita si è fermata e questi tempi coincidono quasi esattamente con il periodo di tempo da quando lei è diventata presidente. Il problema - secondo diversi analisti - è anche politico. Il prossimo anno (5 ottobre 2014) ci saranno le elezioni presidenziali e la Rousseff, che corre per un secondo mandato, non ha alcuna intenzione di procedere a tagli di spesa (come chiede la comunità economica internazionale) perchè rischierebbe di mettere in crisi una coalizione che dopo le grandi proteste del giugno scorso (che a settembre peraltro sono riprese) è sempre più fragile. Con i mondiali (12 giugno -13 luglio 2014) ormai praticamente alle porte, le restano pochi mesi per varare misure adatte a rilanciare l’economia. Perchè se è vero che un grande successo calcistico (come organizzazione e soprattutto se la nazionale brasiliana dovesse vincere il suo sesto titolo) può lanciarla trionfalmente verso la rielezione, è altrettanto vero che se il “gigante” della protesta sociale dovesse risvegliarsi in concomitanza con il Mundial, lei potrebbe esserne la prima vittima. La costruzione del nuovo stadio di Fortaleza, uno dei tanti investimenti approntati in vista del doppio impegno sportivo dei prossimi anni che ora sono in pericolo

 

Fonte:
la Repubblica