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São Paulo, 18 Dezembro 2018 - 21:33 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 19 Dicembre 2018 - 00:33
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“TIM BRASIL? SARÀ CERTAMENTE VENDUTA. E SUL DIGITALE SIAMO IN CODA AL GRUPPO”
 
 
 
 

Di Marco Scotti

“Sul digitale siamo in fondo al gruppo dei paesi Ocse. E Tim Brasil sarà sicuramente venduta non appena l’Antitrust brasiliano si pronuncerà in proposito”. Stefano Quintarelli, oggi parlamentare di Scelta Civica, è un guru di tutto ciò che è digitale e internet. È stato candidato alla presidenza dell’Agcom, oltre che direttore della divisione digitale del Sole 24 Ore. Parlare con lui della situazione di Telecom appare quasi naturale.

Onorevole Quintarelli, facciamo un passo indietro: il piano industriale di Patuano prevede la fibra per il 50% degli italiani entro il 2016. È un’idea percorribile? È un obiettivo ambizioso o “ribassista”?
Il piano di Patuano va bene, bisognerà vedere se riescono a realizzarlo, la prima volta che Telecom Italia ha annunciato la rete in fibra era il 2002 (e l’amministratore delegato era Ruggiero). L’obiettivo, comunque, di per sé non è eccessivamente ambizioso, anche se rimango abbastanza tiepido sulla possibilità che si possa realizzare. Le tecnologie di posa, ad esempio, sono migliorate e i costi sono diminuiti.

All’atto pratico, che interventi vanno previsti?
L’investimento più significativo che va prodotto, quando si decide di realizzare un intervento per la realizzazione di una rete in fibra, è quello che dalla centrale collega alla casa. In Italia ci sono circa 1.500 centrali e 22 milioni di linee. Il collegamento tra la centrale e l’abitazione è circa 1,5 km. Questo tratto che è la rete d’accesso non è unico: c’è una prima parte che arriva fino agli armadi di linea, quelli in strada. Se sulla sommità hanno una sorta di “cappelletto” rosso significa che lì passa la fibra. Il collegamento dalla centrale all’armadio è fatto con canaline che rendono abbastanza semplice la sostituzione o l’introduzione di fibre ottiche. L’ultima parte, invece, quella cioè che collega l’armadio alla casa, è sempre in rame. Portare la fibra nelle case degli italiani: quello sì che è un investimento oneroso. Il sistema, poi, è scarsamente competitivo: se ci si raccorda in un punto solo, si possono avere costi più bassi e l’intervento di concorrenti da tutto il mondo, moltiplicando i punti di raccordo, invece, diventa tutto molto più complicato..

In ogni caso, per realizzare le infrastrutture e per inseguire gli obiettivi dell’Agenda Digitale sono fondamentali investimenti che Telecom, al momento, non sembra potersi permettere, schiacciata dal debito e dalla riduzione degli introiti (Asati stima in circa un miliardo in meno all’anno). Come fare? Il convertendo era lo strumento giusto per reperire capitali?
Sul convertendo c’è l’attenzione dei regolatori, vedremo che cosa verrà fuori. Di certo Patuano in commissione ha detto che Fossati (il patron di Findim, che detiene il 5% del capitale Telecom) era stato avvertito. Fossati, a sua volta, sostiene di aver provato a contattare Siniscalco (presidente fino alla scorsa settimana di Assogestioni). Ma quest’ultimo non parla. Sicuramente il convertendo offre un grande vantaggio per chi lo sottoscrive, perché di fatto compra azioni a sconto. In una mia azienda non l’avrei mai fatto.

Quale pensa che possa essere la soluzione per l’impasse che si è creato a livello decisionale, con un board che è espressione di un soggetto che detiene una quota così marginale di Telecom?
Ho chiesto al presidente della IX Commissione alla Camera di poter ricevere qualcuno di Telco perché fornisse spiegazioni in proposito. È passato oltre un mese e ancora non ho ottenuto risposta. Telefonica, d’altronde, non può essere considerato come un qualunque socio: è il principale concorrente di Telecom Italia nei mercati in crescita. Il senatore Mucchetti ha avuto da ridire sulla cessione di Telecom Argentina fatta di gran carriera, per un valore modesto e con una grande disponibilità di cassa. Se devo basarmi sul “meteo” non si può pensare a buone previsioni, non riesco a vedere un futuro particolarmente luminoso.

A proposito del senatore Mucchetti, è favorevole all’applicazione della legge che porta il suo nome?
Non dobbiamo sentirci sempre dei “diversi”. Negli USA c’è una meta-regola, cioè che gli investimenti stranieri devono essere valutati da una commissione apposita che, negli ultimi cinque anni, è intervenuta dettando condizioni in più di 30 casi. Ogni volta è discrezionale. Non è che applicare una discrezionalità ci pone al di fuori dei paesi civilizzati. In Canada, di fronte a un accordo di acquisto da parte di Sawiris (a febbraio di quest’anno) di una società di telecomunicazioni, il governo canadese a ottobre ha negato il permesso di fare l’operazione. La cosa rilevante è che le reti portano esternalità di valore, senza contare che Telecom Italia prende anche i soldi per il servizio universale. Noi vogliamo che ci sia una rete che soddisfi le richieste dell’Europa: se per rispettare quanto chiesto in sede continentale dobbiamo mettere dei paletti, allora è giusto che si sollevino obiezioni. La legge sull’Opa è uno dei modi in cui il governo può intervenire. Supponiamo che non ci sia la vicenda di Telecom Italia: se cambiassimo le regole, comunque ci sarebbe sempre qualcuno pronto a dire “eh ma cambi le regole in corsa”. Il momento non sarebbe mai opportuno. Un po’ come quando Berlusconi disse: “mi è stato recapitato l’avviso di garanzia proprio durante la mia presenza all’Onu”. Certo, ma in ogni momento un premier è impegnato, quale sarebbe stato il momento adeguato? Modificare la legge sull’Opa è giusto a prescindere da Telecom, perché se cambia il controllo, come sta accadendo con Telco e Telefonica, è sensato interrogarsi sulla nuova disposizione del potere. Si poteva applicare qualche altro strumento per intervenire, come ad esempio “l’interesse nazionale”, che andava messo in campo dal Governo. Mi sembra però che la sensibilità dell’esecutivo sull’argomento sia decisamente minore di quella del Parlamento.

Pensa che Tim Brasil verrà venduta o crede che rimarrà in mano a Telecom?
Verrà venduta sicuramente, ed è l’unico asset ancora fruttifero. Appena arriverà la pronuncia dell’Antitrust brasiliana, la società sarà ceduta. Resta solo da vedere come e quando: ma che avvenga non è più in dubbio. Tim oggi è il secondo operatore in Brasile, è quello che cresce di più e sta facendo i maggiori investimenti sulla rete. È quello che si sta preparando meglio al futuro. Ma se si sarà costretti a venderlo, non lo si potrà certo fare alle migliori condizioni.

Chiudiamo con una domanda sull’esistente. Quanto siamo indietro rispetto agli altri paesi più sviluppati in termini tecnologici? Quanto potrebbe valere un investimento in digitale in termini di ricchezza prodotta e di occupazione?
Nel G8 siamo decisamente i più indietro, è appena uscito un rapporto dell’Ocse che testimonia la situazione. Non mi parlare dire numeri e posti di lavoro che si potrebbero creare, ma mi limito a osservare che il digitale è una questione che riguarda tutte le professioni. Le faccio un esempio: i tre quarti dell’incoming turistico vengono realizzati da Expedia e Booking, che si trattengono oltre il 20% del prezzo di prenotazione. Il che vuol dire il 100% del margine dell’albergatore. Il settore alberghiero può prescindere da un suo sistema italiano di prenotazione che colleghi tutti gli alberghi? Internet è l’interfaccia utente del mondo, è lo strumento attraverso cui si interagisce con tutto. Non se ne può fare a meno, indipendentemente dalla professione svolta.

 

Fonte:
Affari Italiani.it