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São Paulo, 10 Dezembro 2018 - 11:19 PATRONATO ENAS BRASIL    Roma, 10 Dicembre 2018 - 14:19
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PENSIONI, ULTIMA CHIAMATA PER GLI ERRORI INPS FINO AL 2011
 
 
 
 
Se non è un condono tombale, gli somiglia tanto. Il 5 luglio verranno azzerati gli errori commessi (dal 2001 in poi) dall’Inps nel calcolo della pensione. A partire dal 6 luglio, quindi, i pensionati che negli anni passati avevano riscontrato errori di calcolo nelle loro pensioni non potranno più rivendicarne la rettifica a proprio favore. A sollevare il problema sono i consulenti del lavoro che, con la circolare della Fondazione studi sottolineano le criticità.

Tutto nasce dalle previsioni contenute nella legge 111/2011, riprese nel messaggio Inps numero 4774 del 19 maggio scorso: la norma introduce un termine di decadenza triennale per il diritto dei pensionati a ricorrere in giudizio contro gli errori dell’Istituto di previdenza nazionale. Fino a ora invece i pensionati avevano dieci anni per ricorrere e chiedere una rettifica. Secondo i calcoli effettuati dalla Fondazione studi dei Consulenti del lavoro, la platea potenziale non è indifferente: in Italia infatti circa il 38% delle pensioni contiene degli errori di calcolo. Il che significa che in ballo, potenzialmente, ci sarebbero oltre 7 milioni di cittadini.

Gli sbagli di calcolo, quando sono a sfavore del pensionato sia aggirano mediamente su un importo di 30 euro al mese. Se l’impossibilità a ricorrere riguardasse tutta la platea potenziale, l’impatto di questo «taglio» salirebbe a circa 3 miliardi di euro. Con la previsione della decadenza è stato stabilito un periodo di tre anni entro i quali il pensionato deve accorgersi degli errori commessi dall’Inps nel calcolo della propria pensione; in assenza di contestazione, perderebbe questo diritto anche per il futuro mantenendo dunque una pensione sbagliata a vita.

La norma non contiene un regime transitorio e dunque si applica anche agli errori commessi prima dell’entrata in vigore della legge 211/2011 decreto 98 e quindi anche prima del 6 luglio 2011. Ma quali sono le «sviste» di calcolo più frequenti che si riscontrano nel cedolino dei pensionati? Si va dai lavoratori vicini alla pensione che sono stati licenziati ed inseriti nelle liste di mobilità, per poi passare ai casi di erroneo accredito della contribuzione come spesso capita in occasione di periodi di malattia, maternità, cassa integrazione; per finire agli errori di calcolo derivanti da erronea valutazione dei redditi dei pensionati nonché dalla non corretta applicazione della rivalutazione delle pensioni.

Attenzione però, dall’Inps fanno sapere che saranno tutelati da questa norma tutti coloro che hanno già presentato ricorso contro errori di calcolo. Dunque chi ha già avanzato ricorso all’Inps non corre rischi. Ma si tratta di migliaia di pensionati che hanno scovato (da soli o grazie all’assistenza di esperti) l’errore. E gli altri? Questo tipo di falle non sono di semplice individuazione perché l’unico depositario di tutti gli elementi di calcolo è lo stesso Istituto di previdenza che non ha obbligo di segnalare gli eventuali errori. Inoltre emergerebbe una strana sproporzione in questa vicenda: mentre per il pensionato tra qualche giorno entra in vigore un termine di tre anni per accorgersi dell’errore, l’Inps continua a conservare il più ampio termine di dieci anni per richiedere la restituzione delle somme riconosciute e non dovute al pensionato. Sulla questione però esiste una posizione «buonista» dell’Inps che nel giò citato messaggio numero 4774 ha precisato che la decadenza si applica solo alle nuove liquidazioni di pensione a decorrere dal 6 luglio 2011 e non anche agli errori arretrati. Questo perché, in caso di ricorso e di controversia, la decadenza anche degli errori accumulati in passato la rileva il giudice d’ufficio indipendentemente dalla buona volontà delle parti. A tutto ciò si aggiunge, fanno sapere dall’Istituto nazionale di previdenza, la «totale disponibilità a rivedere eventuali errori di calcolo, indipendentemente dalla scadenza indicata dalla legge». Fatta salva la fiducia nella disponibilità al dialogo da parte dell’Inps, resta la sensazione che la vicenda sia di grandi proporzioni e dai confini normativi tutt’altro che definiti.

 

Fonte:

Corriere della Sera